La riduzione del salario reale


Il punto unico di contingenza e la scala mobile. La linea dell’EUR. La politica dei redditi. La redistribuzione del reddito a favore dei profitti. Produttività e redistribuzione: un caso concreto. Salari bassi garantiscono più occupazione?

La riduzione del salario reale, non propagandata in modo esplicito, per la sua evidente impopolarità, viene tradotta in “necessità di moderare la dinamica salariale”, motivata dalla sequenza logica ormai ben nota: salari minori permettono maggiori profitti, quindi più investimenti, più produzione e più occupazione. Altra argomentazione è quella di tener testa alla concorrenza internazionale, il che richiede una riduzione del “costo” del lavoro che permetta di praticare prezzi più bassi e, quindi, più competitivi.

La riduzione del salario reale (potere d’acquisto del salario monetario che si percepisce in busta paga) non deriva solo dalla flessibilità, come visto, e dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale, come vedremo.

Con riguardo al caso italiano, pesa moltissimo (ed è determinante per il progressivo affermarsi della flessibilità stessa) il peggioramento dei rapporti di forza a danno dei lavoratori su cui hanno inciso fortemente una disoccupazione mantenuta per circa 20 anni (a partire dagli anni ’80) ad un livello superiore al 10% , la ‘strategia della tensione’ messa in atto (a partire dalla strage di Piazza Fontana del 12/12/1969) proprio per fermare l’onda alta delle lotte del movimento operaio, il terrorismo delle BR e le scelte politiche sempre più subalterne all’ideologia neoliberista dei sindacati e del maggiore partito della sinistra (PCI, dalla seconda metà degli anni ’70, poi PDS, poi DS). Per i DS in realtà non si può più da tempo parlare di subalternità: si tratta di piena ed entusiastica condivisione. E’ il culmine di un processo molto lungo e complesso che inizia nella seconda metà degli anni ’70.

Nel 1975, col punto unico di contingenza, i lavoratori conseguono l’ultimo grande successo del ciclo di lotte che ha caratterizzato gli anni ’60 – ’70 e che ha permesso loro di ottenere ingenti aumenti del salario reale, riduzione dell’orario di lavoro e grande espansione dei diritti. La spinta delle lotte operaie trova ancora modo di manifestarsi nei rinnovi contrattuali del 1976, relativamente alla parte normativa dei contratti collettivi. Ma dall’accordo interconfederale del gennaio 1977 (vedi nota su scala mobile) comincia ad affermarsi quella “linea dell’EUR” che dominerà incontrastata la politica sindacale a partire dalla sconfitta dell’ottobre 1980 alla FIAT .

[LA SCALA MOBILE era un meccanismo che consentiva di far variare i salari al variare del costo della vita. Introdotta nell’Italia del Nord il 6/12/1945, venne estesa al Sud nel 1946; il meccanismo fu ritoccato nel 1951 e nel 1957. Nel 1975 fu conquistato il punto unico di contingenza che permetteva, trimestralmente, un recupero totale dell’inflazione. Dato che i punti di contingenza, che scattavano in seguito all’aumento dei prezzi, avevano lo stesso valore per tutti i lavoratori – punto unico – di fatto ne usufruivano proporzionalmente di più i salari minori, con un effetto redistributivo verso il basso.

Già nel 1977, però, i sindacati, avvicinandosi alla “svolta dell’EUR”, stipularono un accordo che escluse la contingenza dal calcolo delle liquidazioni (meccanismo riattivato poi, con diverse modalità, da una legge approvata per evitare il referendum abrogativo che avrebbe cancellato gli effetti di quell’accordo). Nel 1984 il governo Craxi tolse ai salari 4 punti di contingenza, con l’opposizione della CGIL (esclusa la componente socialista) che promosse un referendum abrogativo mal gestito e contraddittorio rispetto alla sua politica salariale (anche la CGIL, infatti, aveva firmato l’accordo del 1983 che aveva ridotto del 25% la capacità di recupero della scala mobile rispetto all’aumento dei prezzi). Il referendum fu perso.

Nel 1986 un altro accordo sindacale sancì un’ulteriore riduzione del 25% e la trasformazione del recupero in semestrale. La scala mobile fu sospesa nel dicembre del 1991 e definitivamente cancellata dall’accordo del 31/7/1992].

Nel 1978, si tiene un Congresso nazionale di CGIL – CISL – UIL che formalizza l’adozione di una nuova linea nella politica salariale dei sindacati (“svolta dell’EUR”). Accetta come valida politica per il lavoro lo scambio tra salario ed occupazione, acquisendo, di fatto, uno dei cardini della teoria economica neoclassica e dell’allora rinascente liberismo: l’occupazione può aumentare solo se diminuiscono i salari. Naturalmente non è questa la formulazione: si parla di necessità della moderazione salariale per favorire l’aumento dell’occupazione. Questa linea si tradurrà negli accordi rivolti a depotenziare la scala mobile stipulati nel 1983 e nel 1986. Poi, con un salto di qualità legato alla sostanziale adesione ai contenuti monetaristi del Trattato di Maastricht, ci furono 1’accordo del 31/7/1992 (abolizione della scala mobile) e del 23/7/1993 (‘politica dei redditi’, rinnovi contrattuali quadriennali anziché triennali, oltre che flessibilità).

[POLITICA DEI REDDITI. Teorizzata da economisti keynesiani di “destra” ed introdotta negli anni ’70 in G.B. da governi laburisti, prevedeva aumenti del salario pari all’aumento della produttività (= unità di beni prodotte da ciascun lavoratore), per mantenere invariato il CLUP(= costo del lavoro per unità prodotta). Era dunque il linea col modello fordista, ma veniva ugualmente contestata dai sindacati, almeno in Italia, perché manteneva immutate le quote del PIL attribuite rispettivamente al salario ed al capitale, senza attuare una redistribuzione del reddito verso il basso (…che differenza rispetto all’accordo del 1993 che permette una redistribuzione verso l’alto!). Si trattava, comunque, di uno strumento inefficace ed iniquo anche per altri motivi.

La sua logica era la seguente: se non aumenta il costo del lavoro le imprese non aumenteranno i prezzi e quindi si eviterà l’inflazione. In realtà la politica dei redditi non ha la possibilità di controllare realmente l’inflazione dato che non può contrastare l’aumento dei costi delle materie prime e quindi sconfiggere l’inflazione importata (ad esempio a seguito dell’aumento del prezzo del petrolio). Inoltre, dato che in un’economia capitalistica non sono controllabili altri redditi oltre al salario (la formazione del profitto passa attraverso la fissazione dei prezzi, quindi il controllo dei prezzi è contrario alla logica capitalistica), essa diventa inevitabilmente una politica “del reddito” (il salario) anziché dei redditi come viene definita. Per queste ragioni i sindacati in Italia l’hanno sempre rifiutata. Solo nel 1982, per la prima volta, addirittura la propongono al governo Spadolini!

La politica dei redditi prevista dall’accordo del 1993 è molto peggiorativa del modello originario. Infatti:

1) non prevede nessun recupero salariale degli aumenti di produttività, che quindi vanno interamente a vantaggio di profitti e rendite;

2) prevede che gli “aumenti” contrattuali del salario non possano superare il livello dell’inflazione programmata, stabilita dal governo nel DPEF e nella legge finanziaria e sempre sottostimata rispetto a quella che realmente si verifica;

3) prevede che il recupero della differenza tra inflazione reale ed inflazione programmata avvenga solo dopo due anni.
L’inflazione seguita all’adozione dell’euro può essere portata come esempio degli effetti negativi per il salario della politica dei redditi: arrotondando i prezzi in euro rispetto a quelli precedenti in lire le imprese hanno aumentato profitti e rendite commerciali, senza alcun controllo; i salari, invece, potranno “aumentare” solo nella misura stabilita dal governo (inflazione programmata), largamente più bassa di quella prevista da tutti gli istituti di ricerca.

Risultato: riduzione del salario reale in presenza di un’inflazione da profitti e rendite (che, per ragioni ideologiche, non viene mai chiamata col suo nome: è l’impersonale euro il responsabile!), con conseguente ulteriore redistribuzione del reddito nazionale a favore di questi ultimi].

Come risultato della linea dell’EUR prima e degli accordi del 1992-93 poi, la quota di reddito nazionale attribuita ai salari si è ridotta in modo molto marcato segnalando una forte redistribuzione del reddito a favore di profitti e rendite. Da una mia rielaborazione di dati ISTAT, risulta che il PIL, escluse le imposte indirette, tra il 1975 ed il 1997 si è ripartito come segue tra salari e pensioni da un lato (“reddito da lavoro dipendente” = retribuzioni lorde + contributi effettivi a carico dei datori di lavoro + contributi sociali figurativi) e profitti e rendite dall’altro (“risultato lordo di gestione” = redditi da capitale + redditi d’impresa + ammortamenti + redditi da lavoro autonomo):

Ripartizione del PIL tra i redditi
Salari e pensioni Profitti e rendite
1975 53,70% 46,30%
1992 50,06% 49,94%
1997 46,25% 53,75%

Secondo una fonte indubbiamente più autorevole, la Banca d’Italia, le retribuzioni reali mensili nette sono, per i lavoratori a tempo pieno, diminuite di circa 5 punti percentuali tra il 1989 ed il 1998.

“La redistribuzione del reddito a favore dei profitti è stata una tendenza comune all’insieme dei paesi europei negli anni novanta (Eurostat, Annuario 2001); tuttavia in Italia il fenomeno è stato più marcato. La quota dei profitti è cresciuta più che in Germania, Francia e Spagna, ed a partire dal 1994 risulta maggiore che in questi paesi (Istat ed Eurostat, Conti nazionali 1991 – 2001)” (Levrero – Stirati ne “la rivista del manifesto”, ottobre 2002).

Al fine di materializzare l’entità dell’aumento di produttività del lavoro che non si è tradotto in alcuna redistribuzione in termini di salario possono essere utili le seguenti considerazioni: “…alla fine degli anni settanta un operaio della Fiat doveva lavorare meno di nove mesi per accumulare il salario necessario ad acquistare una Fiat 127. Oggi per acquistare l’auto equivalente, la Punto, gli ci vogliono almeno undici mensilità. Facciamo un calcolo che sembra quei problemi scolastici di un tempo: se una volta un operaio di linea produceva 19 auto l’anno e gli ci volevano 9 mesi di lavoro per comprarne una, e oggi ne produce 60 mentre gli ci vogliono 11 – 12 mesi di lavoro per lo stesso acquisto, allora quanti anni di lavoro in più deve fare oggi rispetto al passato per poter acquistare la sua intera produzione di un anno?

E’ questo un calcolo che ci dà l’idea di quanta produttività accumulata sia andata al capitale.” (G. Cremaschi, M. Revelli ‘Liberismo e libertà’ Ed. Riuniti, 1998) Svolgendo quel problema si ottengono i seguenti risultati: alla fine degli anni ’70 un operaio della Fiat doveva lavorare 14 anni e 3 mesi per acquistare tutta la sua produzione di un anno, mentre alla fine degli anni ’90, per ottenere lo stesso risultato, avrebbe dovuto lavorare per 55 anni, cioè quasi 41 anni in più!

Dunque i salari reali sono indubbiamente diminuiti, sia in termini di potere d’acquisto che di quota del PIL, con un corrispondente cospicuo aumento della estrazione del plusvalore, cioè dello sfruttamento del lavoro da parte del capitale.

Ma è vero che ciò garantisce un aumento dell’occupazione? Come sappiamo, secondo i neoclassici ed i neoliberisti è così. Secondo Marx e Keynes, che arrivano a questa conclusione per strade molto diverse, no. Schematizzando: se è vero che ogni singola impresa è attratta dalla possibilità di pagare meno i dipendenti, è altrettanto chiaro che una riduzione complessiva dei salari determina una riduzione della domanda di beni di consumo; la produzione di beni di consumo risulterà eccessiva e, quindi, sarà ridotta, ma ciò comporterà nuova disoccupazione che, a sua volta, provocherà un’ulteriore riduzione dei consumi. D’altra parte, la minore produzione di beni di consumo richiederà l’utilizzo di meno macchinari, quindi diminuirà la loro domanda (investimenti produttivi), ma allora anche in questo settore ci saranno più disoccupati, e ciò farà cadere ancora i consumi, ecc. Parrebbe proprio che una politica dei bassi salari porti con sé le caratteristiche tipiche della crisi di sovrapproduzione, con conseguenti stagnazione o recessione economica e connesso aumento della disoccupazione (non dell’occupazione!).

Al fine della riduzione dei salari reali, come si è accennato, ha svolto e svolge un ruolo di primo piano anche la liberalizzazione dei movimenti di capitale.

da “Introduzione al neoliberismo. Manuale di autodifesa dal pensiero unico” (2002) di SERGIO CASANOVA

Maggio 2006

Foto di Mike Bird

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