Una nuova scala mobile per spingere le imprese ad investire
Sia i salari che il costo delle materie prime sono diminuiti ma i prezzi no
Nonostante la positiva azione del “movimento dei movimenti” e l’oggettiva crisi di risultati e di credibilità del neoliberismo, il tenore della recente campagna elettorale e il suo esito hanno dimostrano un’accresciuta pervasività della cultura di destra a livello di massa. Si impone, dunque, un’attenta riflessione sulle cause di questa deriva culturale. Con riferimento alle tematiche più vicine a quelle di cui tratta questo intervento (scala mobile, salario e redistribuzione del reddito), è stato particolarmente significativo il dibattito elettorale sul fisco.
Entrambi i candidati premier ( pur con le ovvie differenze) hanno dato per scontato l’assioma della necessità di ridurre le imposte. Dunque di uno degli assi centrali del liberismo da più di 250 anni! L’uso di strumenti culturali del pensiero economico di destra non può che contribuire alla deriva già in atto, tanto più se si pone in continuità con un quarto di secolo di subalternità al neoliberismo e se si tratta di una questione strettamente legata ad altri cardini di quell’ideologia.
Meno imposte significa minori e peggiori servizi, aprendo spazi a loro ulteriori privatizzazioni ed esternalizzazioni e, quindi, a nuova precarietà del lavoro e a bassi salari. Mi pare che anche ciò confermi come impellente la necessità di lavorare alla costruzione di una cultura alternativa al pensiero unico del Mercato.
In questa direzione l’iniziativa rivolta a introdurre una nuova scala mobile può rivelarsi estremamente importante e, anche con questo obiettivo, ho attivamente partecipato alla costituzione del “Comitato ligure per una nuova scala mobile”, di cui fanno parte tutti i soggetti promotori e aderenti nazionalmente e presenti in regione.
Colpisce come i banchetti divengano immediatamente luogo di spontaneo dibattito, dove riemerge una visione del salario e della pensione non come “costi” da tagliare, ridurre, sacrificare per “risanare l’economia o i conti pubblici”, ma come diritto (tra l’altro sancito dalla Costituzione) a una vita dignitosa! Questo è il primo positivo effetto di questa campagna: riportare al centro del dibattito la questione salariale, con tutto ciò che ne consegue.
Del resto la sconfitta della politica concertativa è evidente. Essa, con l’abolizione della scala mobile e la “politica dei redditi” nella sua versione “ciampiana”, a 13 anni di distanza ha prodotto gravi danni ai lavoratori senza ottenere nessuno dei promessi vantaggi per l’economia nazionale e per l’occupazione. Secondo i dati OCSE, i salari italiani sono scesi al 22 posto tra i 29 paesi più industrializzati, ma ciò non ha certo prodotto più efficienza dell’economia, infatti l’Italia è l’ultimo paese, tra i 29, quanto a variazione della produttività. Questa, infatti, non dipende dai bassi salari, ma dalla qualità e quantità degli investimenti produttivi.
La quota dei profitti sul PIL, in Italia, è cresciuta più che in Germania, Francia e Spagna e, dal 1994, risulta maggiore che in questi paesi, ma, più che altrove, si sono tradotti in investimenti finanziari speculativi. Non parliamo poi dell’occupazione! Tutti, e in particolare i giovani, sanno bene che l’unica cosa che è cresciuta in merito all’occupazione è stata la precarietà! E anche questa vede il seme della sua esplosione nell’accordo concertativo del 1993.
Dare forza a questa campagna, con una grande mobilitazione e con la raccolta di centinaia di migliaia di firme in favore di una nuova scala mobile, significa dare corpo a un significativo elemento di controtendenza rispetto alla riproposizione di una nuova politica concertativa, e, in prospettiva, a un primo concreto tassello di una visione alternativa della politica economica. Si tratta di riproporre scelte espansive dell’economia, forzando i vincoli imposti dal Patto di stabilità europeo, che continua a strangolare le economie dell’UE.
Questi 13 anni sono serviti anche a smantellare la credibilità, già molto scarsa, dei supposti danni provocati dalla scala mobile. Si diceva che essa produce inflazione. Falso! Infatti:
1) gli adeguamenti salariali si verificano solo dopo un aumento dei prezzi, quindi la scala mobile è l’effetto e non la causa dell’inflazione;
2) Nell’industria, mediamente, il “costo” del lavoro rappresenta circa il 15% dei costi complessivi delle imprese e, quindi, un aumento dell’1% dei salari, potrebbe giustificare, al massimo, un aumento dei prezzi pari allo 0,15%. Ma, in Italia, il margine di profitto è più elevato che nella media europea e sarebbe del tutto possibile una sua riduzione senza squilibri nei bilanci aziendali. Non esiste nessun automatismo economico che determini un inevitabile aumento dei prezzi;
3) Anzi, la scala mobile potrebbe funzionare da deterrente rispetto all’aumento dei prezzi! La vicenda dell’euro è esemplare. In particolare nei settori non esposti alla concorrenza internazionale, ad esempio il commercio interno, il prezzo di molti prodotti di prima necessità è raddoppiato, senza la minima giustificazione. Se ci fosse stata la scala mobile, essa avrebbe costretto l’imprenditore a pagare l’aumento dei prezzi con un adeguamento dei salari e forse ciò lo avrebbe indotto a qualche riflessione!
4) Infine, come mai negli anni in cui diminuivano sia i salari che i prezzi delle materie prime (a seguito della rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro) non si è verificata una diminuzione dei prezzi? Ciò significa che le presunte “leggi economiche” cui ci si richiama per tagliare salari e pensioni valgono sono a senso unico, quindi non sono inesorabili come si vuole far credere.
Si diceva anche che la scala mobile penalizzava la capacità contrattuale. Falso! Infatti:
1) la “concertazione” ha allungato di un anno la durata dei contratti, dividendoli in due bienni ai fini economici, ma col vincolo di stare dentro l'”inflazione programmata”. Di fatto ha sostituito i contratti alla scala mobile, salvo poi non recuperare neppure l’aumento dei prezzi. Ha sostituito a ciò che si otteneva automaticamente, qualcosa da ottenere con le lotte. Dove starebbe la maggiore contrattualità?
2) Dopo l’abrogazione della scala mobile, i salari reali e i diritti dei lavoratori sono diminuiti, le condizioni di lavoro sono peggiorate e l’orario di fatto è aumentato. Negli anni ’60 e ’70, vigente la scala mobile, sono aumentati i salari reali e i diritti ed è diminuito l’orario di lavoro. Pare evidente, quindi, che la capacità contrattuale dipenda da ben altri fattori che dall’esistenza o meno di un meccanismo di scala mobile!
3) Anzi, la sua esistenza dovrebbe favorire il rilancio della contrattazione. I lavoratori in lotta non dovrebbero più sfiancarsi per ottenere il (quasi) recupero salariale, ma potrebbero davvero porsi l’obiettivo di una redistribuzione del reddito verso i salari.
Per tutte queste ragioni è necessario un grande sforzo comune. Un contributo importante è auspicabile venga dai compagni delle sinistre della CGIL. La loro adesione, in particolare come delegati e come RSU, darebbe continuità alla battaglia congressuale che hanno condotto e aumenterebbe il peso specifico dell’iniziativa rivolta all’individuazione delle vie migliori per la necessaria redistribuzione del reddito.
SERGIO CASANOVA
Segreteria regionale
Responsabile politiche del lavoro
Genova, maggio 2006
Foto di Bidvine








