Connect with us

CULTURE

Ciao Francesco, la locomotiva corre, corre ancora

Pubblicato

-

Se ne è andato ad ottantasei anni Francesco Guccini. La prima volta che ho ascoltato una sua canzone o, per meglio dire, “LA” sua canzone forse per antonomasia, quella che almeno ancora negli anni Novanta del secolo scorso era l’inno (da lui a dire il vero non voluto nel momento della creazione), ossia “La locomotiva“, ero in automobile con alcuni amici e compagni di università. Si studiava giurisprudenza allora, ma – lo confesso – con molta poca voglia. Mi dicono spesso che sono una sorta di burocrate: non so bene se sia vero o se sia invece solamente la rappresentazione che dò di me. Uno dei tanti che mi abitano ogni giorno. Ma il diritto non mi ha mai poi così affascinato.

La locomotiva di Guccini invece mi affascinò perché era forse la sintesi di quello che provavo nei confronti del mondo. Allora avevo vent’anni, leggevo “Liberazione” (l’organo di Rifondazione Comunista) e “il manifesto“. Qualche volta comperavo “Linus“. Nella aule del Liceo Classico di Savona si poteva sfogliare “Cuore“, dalla carta verde, dai titoli rossi sparati in copertina. Un “Vernacoliere” della sinistra che poi divenne un po’ girotondina, forse con qualche puzzetta sotto al naso, ma avercene oggi… Portavo allora non un eskimo innocente dettato solo dalla povertà, ma comunque vestivo sportivamente o, semmai, sbadatamente. Perché non ho mai dato troppa importanza all’abbigliamento.

Mi aggiravo in scooter un po’ ovunque e con me avevo sempre le canzoni del Guccio: grazie a lui avevo scoperto anche “I Nomadi” che sarebbero divenuti il MIO gruppo, un po’ una filosofia di vita, un po’ un racconto in musica di tante emozioni, sentimenti contrastanti che si riuscivano a capire solamente grazie alla mediazione delle note e alla voce di Augusto Daolio. Sia quel che sia, il poeta e scrittore di Pavana è un pezzo importante della mia adolescenza e della mia maturità. La prima la si abbandona facilmente anche se qualche recalcitranza è normale: la seconda, invece, si stenta a riconoscerla a qualunque età. Soprattutto quando ti rendi conto che essere maturi vuol dire non solo cavarsela da soli, ma riuscire a dare un minimo di senso a quello che fai.

Se poi ti ritrovi a contemplare le cose perdute come in un “Dizionario“, il trascorrere del tempo te lo dice chiaro e tondo: c’è una scadenza per tutto ma non è detto che si debba per forza essere seriosi, seri o intransigenti con sé stessi per essere maturi. Le canzoni e le poesie, gli scritti e i libri di Francesco Guccini mi offrirono questa possibilità: di crescere nelle convinzioni, di crescere con gli sbagli, di passare oltre un ponte dalla cui altra parte avevo trovato uno scopo, una ragione, un modo per sentirmi non solo utile, ma vivo. Per carità niente retorica, ma solo la tristezza e la commozione per la scomparsa di Francesco Guccini a cui in tanti rimarremo affezionati.

Non è il caso nemmeno di fare l’elenco delle sue grandi poesie rese in canzoni: però per noi che pensavamo a vent’anni di cambiare il mondo («…quante balle si ha in testa a quell’età…») ascoltare “Dio è morto” era ritemprarsi di continuo e sanare le delusioni. La speranza rimaneva viva, la fiaccola dell’Anarchia anche. Anche per noi comunisti e per i socialisti come Guccini. Nelle notti d’inverno come d’estate era incantevole ascoltare “Farewell” o pensando agli amici scomparsi seguire le note di “Canzone per un’amica (In morte di S.F.)“. Mentre nella aule universitarie si sfogliavano vecchi giornali che non esistono più, mentre si parlava di come la pensavamo e di come scoprivamo di pensarla, “L’avvelenata” era la colonna sonora adatta per dirsi che soprattutto quelli che gli altri consideravano errori per noi erano invece fondamenti esistenziali.

Si aumenta in età – diceva Claudio Lolli – e ci si accorge che le colonne sonore rimangono anche dopo che le si è ascoltate per anni. Sono la musica del tempo che non passa, perché sono il sottofondo dei ricordi più belli, quelli che non smetti di pensare, quelli che ti restituiscono un languido e piacevole rimpianto di un luogo in cui non sei più, di una compagnia che non vivi più, di un posto in cui vorresti essere. E la musica ti ci porta, ti ci trascina quasi e per questo ti strappa per un attimo all’impietosa modernità che incede e che ti costringe e venire a patti con te stesso. Francesco Guccini non si è mai separato dal suo tempo, dalla «piccola città, bastardo posto», ma ha abbracciato il mondo e ha camminato fin qui in una progressione di attivismo che da musicale si è fatto letterario. Finemente letterario.

Lui e tanti altri cantori, poeti e scrittori di un fecondo periodo sessanta-settantottino, mostrano la connessione straordinaria che una certa arte del dire può avere con una certa arte del fare. La grottesca impostazione dissacrante nei confronti della pregiudizialità, di un’esistenza votata all’irregimentazione nelle regole e solo in quelle sta nella critica musicale che Guccini fa tanto nei primi brani che lo vedono cantautore ancora in erba così come negli ultimi lavori che hanno un tratto invece altamente pensoso, riflettente sulla caducità della vita, sull’inarrivabile confine de “L’ultima Thule” nel mare che manca, nell’aria che si rarefa sempre di più, nel cammino sulle acque che la nave di un destino irriconoscibile costringe in un qualche modo a percorrere.

Adesso che Guccini se ne è andato, se ne va anche un po’ quell’adolescenza che non era ancora un ricordo ma che diventa tale, che assume i contorni dell’impalpabile perché è come se si allontanasse e non mi stesse più accanto. Forse anche questa è quella che chiaman la maturità; o forse no. Le frasi di rito sono odiose, perché retoricamente banali. Qui volevo salutare il Guccio irritualmente, parlando troppo di me, poco di lui. Queste righe più che altro sono un tributo che rendo ad un’arte dell’esistere tramite quei suoni che, se non ci fossero, se proprio non li conoscessimo, forse non ne avvertiremmo la mancanza, ma la vita, oggettivamente, sarebbe tanto, tanto triste. Più di quanto non lo sia già. Ecco la bellezza straordinaria della poesia in musica e della musica in poesia.

Sta tutta qui: nel desiderio di ascoltare, riascoltare, di immedesimarsi in una frase, di ricordarla come se fosse un epitaffio solenne. Guccini è l’espressione di un cantautorato che oggi si riscontra sempre meno: cambiano gli stili, si dice. Cambiano le culture. Ed è vero. Ma se qualcuno tentasse quella strada, quella della canzone nuova di una altrettanto nuova protesta, non sarebbe poi così maledettamente peregrino da prendersi solo dei fischi. Ci si può sbagliare e invece di fare il successo classico, pieno di milioni e milioni (allora erano le lire oggi sono gli euro), fare un successo meno impetuosamente riccastreggiante. Ma si ottiene di più dalla propria arte, dal proprio talento in questo modo.

Perché gli si dà veramente un libero sfogo. E chi come me ha ascoltato Guccini (e continuerà ad ascoltarlo sempre) se ne è accorto e ha vissuto con il cantautore il suo intimo tradurre le sensazioni e la realtà in quelle parole, in quelle note. Come in Fabrizio De Andrè. Come in Rino Gaetano. Sono i primi del mio pantheon musicale che mi vengono alla mente pensando a Francesco Guccini che è ormai è oltre questa vita. Quindi ora vado ad ascoltarmi qualche sua canzone e non gli dico per niente… addio…

MARCO SFERINI

6 agosto 2026

foto: elaborazione propria

SOSTIENI RIFONDAZIONE

NO FASCI, NO NAZI!

ESTATE IN FESTA

CAMPAGNE

GIOVANI COMUNISTE/I

INFO E CONTATTI