Il progetto di lavoro politico della Segreteria Regionale
Progetto di lavoro della Segreteria Regionale
Obiettivi generali
Sono quelli indicati nell’odg unitario approvato a larga maggioranza dal Congresso regionale del PRC. La costruzione collegiale del progetto di lavoro che la Segreteria regionale sottopone al CPR costituisce la dimostrazione della giustezza dell’assunto fondamentale di quell’odg.
In primo luogo si tratta di legare reciprocamente lavoro del partito nel sociale e intervento nell’istituzione Regione. Strutture regionali (segreteria, gruppo e CPR) e strutture operative sul territorio (federazioni, commissioni e circoli) solo occasionalmente riescono a lavorare in modo collaborativo. Eppure molti dei problemi che si pongono a livello locale hanno rilevanza anche a livello regionale (sia per l’iniziativa politica del partito: molte tematiche sono trasversali in diversi ambiti di intervento; sia per il lavoro dei compagni nell’istituzione), così come ciò che viene deliberato dal Consiglio regionale ha ricadute o trasversali per tutta la regione o particolari per specifiche situazioni (l’approvazione della legge finanziaria regionale, scadenza ormai prossima, è solo l’esempio più chiaro da questo punto di vista).
Le proposte della Segreteria per affrontare questo annoso problema consistono:
- nel coinvolgimento delle strutture locali nella costruzione e nell’attuazione della politica regionale del partito;
- nella predisposizione delle condizioni necessarie per la valorizzare delle competenze esistenti in tutte le sue strutture, fuori di esse e fuori del partito stesso, affinché divengano fertili di risultati attraverso la garanzia del loro inserimento nei diversi settori di lavoro individuati.
Dalla realizzazione concreta di questi obiettivi deriverà anche la necessaria crescita delle capacità di analisi, di proposta e di iniziativa sia a livello regionale che locale.
Gli obiettivi di contrasto alle politiche neoliberiste, attraverso l’iniziativa politica del partito, la sua presenza nel conflitto sociale e il suo contributo rivolto a favorire le condizioni del suo sviluppo sono indicate nelle parti successive di questo documento.
Mentre il progetto complessivo della segreteria e i suoi assi centrali sono chiari e omogenei, la scrittura delle singole analisi e proposte non sempre lo è, soprattutto dal punto di vista “stilistico” e della profondità di analisi e di proposta: ciò è conseguenza della stesura a più mani e del diverso livello di approfondimento raggiunto, a oggi, sui vari temi.
Riepilogo dell’attività della Segreteria e del Gruppo regionale
Nei mesi successivi alla ripresa dell’attività politica si è realizzata un’intensa collaborazione tra le segreteria regionale e il gruppo consiliare regionale incentrata in particolar modo sui temi del lavoro e delle attività produttive. La presenza costante alle principali manifestazioni sindacali, dai cortei per il contratto dei metalmeccanici a quelle in merito alle principali vertenze aziendali (Ilva, Esaote, Fincantieri, Finmek, Tecnosistemi, Marconi, Moltini così come l’Asp Brignole) e la produzione di comunicati stampa e interrogazioni consiliari hanno fatto sì che il Prc abbia consolidato e costruito rapporti con varie realtà di lavoratori e rappresentanze sindacali che rappresentano un’occasione di interlocuzione e di radicamento nel mondo del lavoro. Significativo il fatto che ad esempio una decina di cassintegrati della Moltini di Molassana abbiano partecipato a una delle iniziative di campagna elettorale per le primarie schierandosi a sostegno della candidatura di Bertinotti. Numerosi anche gli incontri con delegazioni di lavoratori delle aziende in crisi presentatesi duranti i consigli regionali.
Molto positivo anche il rapporto instaurato coi lavoratori della Regione Liguria, culminata nell’incontro-dibattito con Burlando e Pittaluga, cui hanno partecipato circa 300 dipendenti dell’Ente, oltre che delegazioni di lavoratori delle aziende regionali. In particolare ciò ha contribuito a consolidare o costruire ex novo una relazione coi dipendenti di Datasiel, Arpal, In Liguria e altre realtà di lavoro.
Su questa base abbiamo cercato di aprire un dibattito centrato in particolar modo sul ruolo del settore pubblico nell’economia: difesa dei servizi pubblici e segnatamente della sanità e dei servizi socio-sanitari, intervento pubblico per costruire una politica industriale centrata sullo sviluppo tecnologico e in grado di dare risposte concrete alla crisi industriale che affligge la nostra regione, difesa dell’occupazione.
A questo abbiamo cercato di ricollegarci anche per quanto riguarda l’elaborazione di controproposte in merito al Dpef e alla Finanziaria regionale, sostenendo l’aumento dei livelli di esenzione per la fasce più deboli, l’aumento dell’Irap, il taglio drastico delle consulenze esterne e dei maxi stipendi dei manager regionali, la ripubblicizzazione dei servizi esternalizzati, la contrarietà all’aumento delle imposte indirette e altre misure.
E in fase di attivazione un gruppo di lavoro regionale integrato, coordinato dal compagno Maurizio Fontana, che ha già avviato una discussione sul piano di riordino dei servizi socio-sanitari elaborato da Massimiliano Costa, coinvolgendo compagni che operano nel settore.
Si aggiungono una serie di proposte di legge (Tfr, boicottaggio della Legge 30, Immigrazione, carceri, diritto alla casa) rispetto alle quali si rimanda al prospetto relativo alle iniziative legislative in Regione.
Infine il lavoro dei compagni Ravera e Benzi durante la campagna delle primarie, pur scontrandosi con una serie di nostri limiti organizzativi a cui bisognerà mettere mano, ha prodotto un risultato positivo, in particolare per quanto riguarda la capacità di mobilitazione espressa dal Partito sia nella copertura dei seggi sia nelle iniziative col compagno Bertinotti, che hanno avuto a Genova e in misura maggiore a La Spezia un grande successo in termini di partecipazione.
Naturalmente è necessario cercare di dare organicità e coordinamento a questi filoni di iniziativa, collegandosi alle priorità e alle campagne individuate dal partito a livello regionale e nazionale e provvedere a costruire un’organizzazione funzionale in grado di far convergere tutte le informazioni sulle iniziative svolte e in preparazione e, conseguentemente, a dare loro la massima diffusione nel partito, dal comitato regionale alle federazioni e alle altre organizzazioni locali.
Iniziative legislative avviate in Consiglio Regionale dal gruppo PRC-SE nella attuale legislatura
| Interventi a favore delle fasce sociali deboli | La proposta interviene con finanziamenti verso comuni ed enti locali volti a ridurre la pressione tariffaria o impositiva di tutte le tasse comunali per quelle categorie sociali i cui redditi sono bassi o sono stati fortemente intaccati dalla violenta caduta del potere d’acquisto dei salari |
| Norme in materia di contributi alle imprese | La proposta prevede che qualunque contributo erogato dalla regione sia vincolato al rispetto delle norme di sicurezza all’applicazione dei contratti e alla creazione di occupazione a tempo indeterminato. Sono previste pesanti sanzioni |
| Norme per l’assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità | La proposta prevede la stabilizzazione dei rapporti di lavoro per quelle categorie di lavoratori. Sono previsti incentivi anche agli EELL che intraprendono percorsi di stabilizzazione dei rapporti di lavoro |
| Modifiche alla legge regionale 27/96 canone degli alloggi di edilizia residenziale pubblica | La norma disciplina e corregge la determinazione degli oneri accessori al canone ponendo vincoli precisi, si stabilisce una visione e controllo da parte delle rappresentanze sindacali degli inquilini. Si ridetermina le modalità di canone e le fasce di reddito e istituito un fondo sociale per soggetti deboli |
| Norme in materia di inquinamento elettromagnetico | Le norme disciplinano le modalità di autorizzazione per l’istallazione e la gestione d’impianti . si vuole evitare la microparcellizzazione nel rispetto di ambiente e salute . Si stabilisce procedura di VIA per gli impianti di telefonia mobile e si accede ad un sistema di controlli assai più significativo con anche l’istituzione dei catasti provinciali sull’inquinamento elettromanietico |
| Norme in materia di antivivisezione | La norma in sostanza afferma la propria contrarietà alla pratica della sperimentazione sugli animali perseguendo tale obiettivo attraverso una intesa con l’università e gli istituti scentifici |
| Clausole di salvaguardia sociale | La norma contrasta la deregolamentazione e le privatizzazioni dei settori pubblici. Interviene per garantire nelle gare d’appalto la sicurezza e l’occupazione dei lavoratori . si stabiliscono norme precise sul ribasso impedendo che questo sia addirittura inferiore al monte salari |
| Sicurezza sul lavoro nelle attività portuali | La norma regolamenta le attività di servizio specialistiche e complementari dichiarandole attività portuali e quindi soggette ai CCNL portuali . Ciò comporta che l’accesso a determinate attività avviene solo per lavoratori “formati” e si vieta il ricorso a lavoratori temporanei, a garanzia e sicurezza sul lavoro |
| Modifica alla legge regionale 44/77 norme sull’attuazione dello Statuto sull’iniziativa dei referendum popolari | Si introduce il principio della possibile contestualità di referendum e altre elezioni |
| Servizi pubblici di rilevanza economica
Disciplina dei servizi pubblici locali e delle gare per l’affidamento a terzi |
La norma dispone che per le forme di gestione dei servizi pubblici locali siano gli enti locali a stabilirne le modalità di affidamento e gestione, non escludendo quindi l’affidamento in “house”
Si introduce la clausola sociale il limite invalicabile della copertura salariale nei ribassi d’asta |
| Disposizioni dirette alla promozione del lavoro a tempo indeterminato e alla istituzione della Borsa continua regionale del lavoro | La norma è costruita per contrastare l’applicazione della Legge 30 e prevede numerose iniziative rivolte alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro |
| Modifiche e integrazioni alla legge Statutaria 1/2005 riconoscimento forme di convivenza | La modifica allo Statuto intende introdurre nell’ordinamento regionale il riconoscimento di tutte le forme di convivenza al fine di garantire i diritti universali del diritto di famiglia a tutti i cittadini residenti in Liguria |
| Istituzione del garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale e riconoscimento dei diritti | La condizione di vita all’interno delle carceri per i cittadini soggetti a restrizione della libertà, è assai grave, al fine di garantire i livelli minimi di applicazione dei diritti e per osservare il funzionamento interno alle strutture , si istituisce un garante con compiti precisi di tutela della popolazione privata delle libertà |
| Norme concernenti le modalità di accesso alla previdenza integrativa | La PDL intende regolamentare un settore molto delicato di cui ha competenza la regione, in sostanza si esplicita che l’uso del TFR da parte di chiunque non possa avvenire senza esplicito consenso del lavoratore . In questo si rovescia il silenzio assenso che diviene silenzio dissenso |
| Modifiche ed integrazioni alla legge Statutaria 1/2005 diritto di voto agli immigrati | Questa modifica statutaria, introduce il riconoscimento del primo diritto di cittadinanza attiva, cioè il diritto di voto. La regione dovrà quindi , nella propria legge elettorale tener conto del proprio Statuto e inoltre adoperarsi per l’estensione di tale diritto anche negli enti locali |
| Dichiarazione di inidoneità del territorio ligure ai CPT | Nel territorio regionale a oggi non esistono questi lager, la norma nazionale ne prevede la costruzione e ci sono spinte in tal senso anche da soggetti istituzionali oltre che da forze politiche di destra. La norma dichiara incompatibili tali strutture con il nostro impianto urbanistico e culturale e ne impedisce quindi ogni realizzazione |
| Norme a sostegno dei diritti degli immigrati | La proposta intende allargare i diritti di cui godono i cittadini liguri a tutti i residenti sul nostro territorio compreso gli extracomunitari nella certezza che i diritti acquisiti si difendono allargandone l’usufruibilità a chi ne è privo
Da qui le norme per il pieno e totale diritto alla salute, alla scuola, all’accesso ai concorsi per le case popolari, la cancellazione delle restrizioni abitative per il ricongiungimento familiare, il mediatore culturale, la lotta alla nuova schiavitù |
| Norme sulla requisizione degli alloggi sfitti | Considerato lo stato di profonda difficoltà sociale sul fronte degli sfratti e della reperibilità degli immobili per soggetti socialmente deboli, la proposta di legge regionale individua delle modalità di requisizione temporanea degli alloggi e percorsi per la stabilizzazione del mercato degli affitti a canoni più sociali |
| Norme sul riconoscimento malattie amianto | Il problema nella realtà ligure è assai diffuso e coinvolge molti lavoratori e le loro famiglie, la norma nel riconoscere la specificità della malattia professionale, interviene per garantire percorsi di riconoscimento dei danni subiti e modalità di prevenzione necessarie alla riduzione delle esposizioni e della malattia cancerogena |
Settori di intervento
Attività produttive
La politica industriale del partito è argomento estremamente complesso in sé e anche perché un progetto di politica industriale implica una conseguente capacità di affrontare temi che sono collegati, quali l’ambiente, la logistica e le infrastrutture. Di qui l’opportunità di inserire nello stesso settore di intervento il complesso di queste questioni.
Industria, porti, terziario, ricerca – Una politica industriale per la Regione Liguria
La crisi industriale regionale
Il quadro macroeconomico delineato dalle principali indagini a disposizione, dall’Ufficio studi della Banca d’Italia alla Cgil, evidenzia una situazione di forte crisi del sistema produttivo regionale che ripropone e per certi versi amplifica l’andamento nazionale. Gli elementi che caratterizzano questo quadro, in particolare nel settore industriale, sono:
- un forte calo del Pil a cui non fa riscontro tuttavia un corrispondente decremento del fatturato;
- una diminuzione del numero degli addetti;
- un forte processo di disinvestimento da parte della aziende.
Tutto ciò sta producendo un numero impressionante di crisi aziendali di cui i lavoratori dell’industria sono le vittime sacrificali. Abbiamo avviato un lavoro di mappatura di tutte le situazioni di crisi nel settore industriale, ricomprendendovi le aziende metalmeccaniche, chimiche, tessili, edili, alimentari. Un lavoro non ancora ultimato vista la difficoltà nel recuperare dati precisi. Tuttavia il materiale raccolto fino ad oggi individua alcune linee di tendenza su cui ci sembra possibile cominciare ad abbozzare una riflessione e alcune indicazioni operative.
Una valutazione del materiale raccolto ci permette di dire che tra i fattori prevalenti delle crisi vi sono:
- delocalizzazione produttiva
- implosione di aziende patchwork nate dall’assemblaggio di rami d’azienda proveniente dal settore pubblico, in particolare Finmeccanica e prive dall’inizio di prospettive di sviluppo
- disinvestimento e ristrutturazione in funzione di una riconversione su settori a maggiore redditività (ad es. operazioni speculative per la destinazione di aree ad uso industriale ad altro utilizzo: turismo, commercio, edilizia residenziale)
- difficoltà legate più a motivi finanziari che a ragioni di carattere produttivo
- motivazioni di carattere ambientale
- messa in discussione dei finanziamenti pubblici (consorzio Irg a Genova, Ferrari a La Spezia, Fincantieri a Riva Trigoso)
In altre parole spesso l’apertura di una crisi non sembra essere direttamente legata a difficoltà di mercato ma a scelte imprenditoriali di altro genere. A volte addirittura si tratta di aziende che hanno potenzialità di mercato assolutamente positive (vedi lo stabilimento genovese di Finmek, o la Saint Gobain Condotte ex Tubighisa di Cogoleto). In altre parole i fattori di crisi sono da ricercarsi più nella ricerca di una massimizzazione dei profitti a breve termine piuttosto che nella difficoltà di reperire ordinativi. Il che non significa naturalmente negare la difficoltà legata da una parte al calo dei consumi e alla sovrapproduzione e dall’altra all’emergere di una concorrenza basata in particolare su un minore costo del lavoro. In questo quadro è significativa l’incidenza della globalizzazione. Numerose aziende della nostra regione hanno subito o subiscono le conseguenze di scelte internazionali in quanto controllate da multinazionali straniere (è il caso di Ferrania, Asi Robicon, Federal Mogul, Rolam, Saint Gobain Condotte e molte altre). E i processi di acquisizione di fabbriche liguri da parte di soggetti esteri vanno avanti. Il più recente è quello di Marconi Communication, mentre nel caso di Esaote su Gec ha prevalso una cordata con guidata da un soggetto (Banca Intesa).
L’esito delle crisi è legato perlopiù a fattori dimensionali e in questo senso si può individuare una sorta di legge empirica le cui ragioni sono facilmente spiegabili in termini economici:
- al di sotto dei 50 dipendenti le aziende chiudono
- tra 50 e 100 riescono a resistere, magari riducendo la forza lavoro
- al di sopra dei 100 dipendenti sopravvivono riuscendo anche a salvaguardare l’occupazione (vedi Ferrania, Ilva) sia pure sempre col contributo determinante della mano pubblica (vedi ancora Ferrania e Ilva).
Alcune indicazioni per l’elaborazione di una politica industriale
Una proposta di politica industriale per la nostra regione non può ovviamente prescindere da questo scenario. In particolare proponiamo alcune riflessioni e indicazioni di fondo:
- la difesa del tessuto produttivo industriale richiede una politica di rafforzamento dimensionale delle aziende liguri, che hanno una media di addetti tra le più basse a livello nazionale.
- un intervento a favore della specializzazione e del coordinamento (la cosiddetta politica dei distretti) e in particolare di incentivo alla produzione ad alta tecnologia può essere utile purchè i distretti mantengano radici profonde nel tessuto produttivo già esistente rimanendo legati ai bisogni sociali presenti a livello locale. Una iperspecializzazione di prodotti che non hanno un potenziale di mercato legato anche all’economia regionale o nazionale rischia infatti subire contraccolpi catastrofici alla prima bolla speculativa (vedi il caso Marconi e la crisi delle telecomunicazioni). In questo senso l’individuazione dei tre indirizzi di ricerca del futuro Iit a prescindere dalle aree di eccellenza già presenti in regione (ad es. la biomedica) ci sembra indicativo di un modo di costruire dall’alto sulla base di interessi che non tengono conto della ricaduta sociale che una corretta politica industriale potrebbe avere sulla nostra regione in termini di creazione di posti di lavoro stabili e di redistribuzione della ricchezza.
- i due aspetti precedenti rendono evidente la necessità di un forte intervento pubblico nell’economia e in particolare nel settore dell’industria, dove per intervento pubblico non si può intendere la concessione di finanziamenti e agevolazioni agli imprenditori privati, né soltanto la regia pubblica ma un investimento diretto di risorse finanziarie (attivando gli strumenti a disposizione come Sviluppo Italia, Filse, la partecipazione degli EE. LL. in Carige) nella costruzione e gestione di attività produttive, attraverso un meccanismo che coinvolga direttamente lavoratori e organizzazioni sindacali nelle grandi scelte economiche e nella loro realizzazione. Bisogna rompere la logica secondo cui il pubblico interviene soltanto per finanziare e per rimediare i danni della gestione privata, ovvero per cui si interviene per far guadagnare gli altri, in una fase in cui tra l’altro la finanza pubblica soffre di un inesorabile diminuzione di risorse.
- in un quadro di intervento pubblico e soltanto in questo quadro può rivestire un interesse una politica dei distretti industriali e anche l’utilizzo di alcune proposte avanzate dalle associazioni industriali, dal distretto tecnologico genovese, costruito attorno all’Iit, al distretto agroalimentare di Imperia, fino all’idea di realizzare sempre nell’imperiese una sorta di raccordo tra l’Iit e il distretto di Sophie Antipolis o un polo legato al mare a La Spezia.
- in questo senso è assolutamente negativo il fatto che le strutture attivate fino ad ora (Iit, Dixet, Genova Hi Tech, Progetto Leonardo) vedano una gestione monopolistica o quasi da parte del capitale privato e che, come logica conseguenza, il tema della ricaduta sociale delle politiche industriali sia assolutamente assente dall’agenda delle discussioni. Col paradosso che, mentre si preconizza un Iit fiore all’occhiello dell’Hi Tech italiano, in Liguria aziende come Finmek, Marconi, Esaote, Abb, Ferrania, Elsag ristrutturano, riducono il personale, passano nelle mani di multinazionali straniere o addirittura rischiano di chiudere. Si pone al contrario la necessità di costruire un soggetto pubblico in grado di svolgere un ruolo da protagonista nell’ideazione e realizzazione di una politica industriale che miri a produrre e ridistribuire ricchezza, a coordinare la produzione coi bisogni sociali e le necessità legate al governo del territorio a difendere l’occupazione esistente e realizzarne di nuova, in un quadro di estensione dei diritti sindacali, di integrazione della popolazione immigrata nel tessuto produttivo e sociale, di acquisizione di risorse in grado di finanziare il welfare e i servizi pubblici, di sottrazione delle risorse pubbliche all’iniziativa privata (uno dei capitoli di bilancio più consistenti della Regione è quello dei finanziamenti alle aziende) e di risparmio sulla cassa integrazione per finanziare un salario sociale per i disoccupati.
- uno degli strumenti da utilizzare potrebbe essere quello di una legge regionale istitutiva di un cosiffatto soggetto pubblico, attore e regista della politica industriale, preparata da un convegno che raccolga i contributi delle Rsu con cui in questi mesi abbiamo costruito un rapporto di interlocuzione politica, delle OO. SS. e degli altri soggetti interessati, e cominci ad abbozzare un ragionamento anche sulla realizzazione di un processo di partecipazione dei lavoratori alle grandi decisioni che li riguardano da vicino e alla loro realizzazione.
- questa iniziativa andrebbe naturalmente coordinata a una riflessione sul sistema dei trasporti, della logistica e delle infrastrutture (porti, su cui in particolare bisognerebbe al più presto convocare una riunione dei nostri compagni di Genova, Savona, La Spezia; ferrovie; strade e autostrade), realizzata in collaborazione coi lavoratori del settore; sulle politiche del territorio (in questo senso sarebbe utile un provvedimento che impedisse la variazione della destinazione d’uso industriale sul territorio ligure per un periodo di media durata così come porre il problema di un recupero per attività produttive e non solo delle aree militari); su una politica fiscale che sanzioni pesantemente i processi di delocalizzazione e di ristrutturazione produttiva che vanno a colpire l’occupazione, i diritti e la sicurezza sul lavoro; sull’ambientalizzazione delle attività produttive.
- a margine sarebbe utile un’integrazione sulle rimanenti attività produttive, dall’agricoltura al turismo, un settore quest’ultimo che per anni è stato presentato come possibile volano di sviluppo alternativo all’industria, ma che in realtà risente a sua volta di una crisi drammatica, segnalato da un forte calo delle presenze nelle strutture alberghiere, da una costante diminuzione dei posti letto e da sintomatiche crisi anche sul terreno occupazionale (da Festival Crociere al settore alberghiero).
Ambiente e infrastrutture
Ad una grave crisi economica della nostra regione (che porta con se una crisi del sistema sociale) fa da contraltare la crescita della rendita finanziaria e di quella immobiliare; quest’ultima ha determinato l’allontanamento dai centri urbani e dalle aree di pregio delle classi sociali più deboli e la costituzione di periferie sociali dove le criticità ambientali hanno presto trovato il loro paradigma. Nella nostra regione il partito deve riuscire ad essere maggiormente interno alle vertenze e comitati sorti per difendere beni comuni e territori: ciò – tra l’altro – contribuisce a determinare maggiori attenzione e consensi; investire maggiormente in quelle lotte che si rivelano più determinate e polticamente rilevanti e dove in gioco non ci sono solo interessi localistici, per allargare il conflitto, far pesare maggiormente le istanze delle lotte all’interno delle istituzioni dove siamo presenti ed abbiamo responsabilità di governo.
È sulla gestione del territorio che si sta registrando la frattura sempre più marcata tra gli amministarori locali e le popolazione amministrate: il riferimento è ad un diverso modello di fruizione territoriale, in sostanza dobbiamo lottare, nel partito come nelle istituzioni, per il passaggio da una pianificazione contrattata ad una pianificazione partecipata, coscienti dell’ineludibilità di tornare a dare voce ai cittadini direttamente interessati dalle trasformazioni territoriali – che vogliono dire trasformazioni sociali, ambientali, economiche – nei processi decisionali. Il che non esclude la necessità, per il partito, di elaborare proposte e iniziative che permettano di costruire una sintesi anche riconducendo le diverse situazioni specifiche a un progetto complessivo che eviti il manifestarsi di spinte localistiche.
Gli attacchi al patrimonio ambientale sono stati molto pesanti e continuano ad esserlo: piani regolatori (oggi puc) che diventano specie di catasti dove si registrano le trasformazioni decise a scala edilizia, dove non è lo strumento di pianificazione che determina le scelte ma, al contrario, sono i progetti, una volta approvati, a determinare i piani: l’urbanistica non più competenza del potere pubblico, ma dipendente dagli atti negoziali e dagli accordi tra soggetti istituzionali ed i soggetti interessati (che certamente non sono rappresentati dagli interessi diffusi, ma da quelli immobiliari).
Proviamo a lanciare in Liguria la proposta avanzata dalla rete del nuovo municipio: la costituzione di una rete di amministratori, cittadini, associazioni che si occupino della gestione dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità, come momento di analisi, ma anche luogo di organizzazione di pratiche alternative.
Vale la pena investire anche a livello regionale più risorse nelle politiche energetiche, e piu’ in generale azioni che vadano nella direzione del superamento della dipendenza dai combustibili fossili (alla base delle molte guerre, dei cambiamenti climatici, etc.); elaborare proposte di transizione energetica che a partire dal piano energetico regionale prevedano la piena utilizzazione delle risorse dell’energia solare (intendendendosi quella prodotta da energie rinnovabili come l’eolico, le biomasse, l’idraulico ed il solare fotovoltaico e termico).
In definitiva non possiamo non porci il problema, anche a livello locale, di un mutamento del modello energetico, premessa necessaria per un mutamento della struttura sociale e produttiva in senso partecipativo e democratico.
Le questioni ambientali all’ordine del giorno dell’agenda politica (rispetto alle quali l’impegno e le posizioni del partito sono note) sono molte: dalle infrastrutture all’energia, dal cicli dei rifuti ai rapporti tra ambiente e attività produttive. In quest’ambito si inquadra il nostro intervento in tutte le vertenze aperte sul territorio regionale: terzo valico, inceneritori, delocalizzazione polo petrolchimico genovese e degli altri impianti di produzione e trasformazione dei prodotti petroliferi insediati nei centri abitati (Vado L., La Spezia, Busalla), metanizzazione delle centrali Enel, Stoppani, Iplom, Pitelli, piano delle coste, dragaggio porto della Spezia, cementificazione del verde (vedi l’Acquasola a Genova o la Bofill a Savona). Vi è la rinnovata necessità di costruire altresì percorsi di costruzione ed ampliamento del consenso, non solo attraverso l’allargamento del conflitto, ma anche intercettando la propensione all’ascolto nei nostri confronti e le progettualità presenti in settori sociali che non sempre riusciamo a raggiungere. Su questo è necessario ovviamente un approfondimento da realizzarsi nei prossimi mesi.
Proviamo ad intercettare anche altre pulsioni che animano la nostra società e sono in forte crescita.
Una recente ricerca ha testimoniato che il 40% degli italiani pratica almeno una forma di consumo critico: comprano biologico ed equosolidale, aprono conti correnti in banche che finanziano progetti di sviluppo nel terzo mondo, fanno vacanze avvalendosi di associazioni di turismo responsabile; nel 2003 il fatturato del solo commercio equosolidale valeva 60 milioni di euro (tre volte di più del 1999), insomma vi è un’attenzione crescente verso i prodotti provenienti da aziende dei paesi poveri che non sfruttano lavoratori e rispettano l’ambiente, e più in generale verso stili di vita sostenibili, e questo nel momento in cui il consumismo sta mostrando il suo volto peggiore, con una crescita che ha messo le radici nei consumi di coloro che spendono soldi che non hanno.
L’agricoltura biologica e quella biodinamica (basata su trattamenti naturali che rendono vitale il suolo), rappresentano settori ancora di nicchia, ma proiettati verso il futuro, e questo in un momento in cui l’agricoltura convenzionale, che sforna tutto in serie, sta mostrando tutti i suoi limiti: dalla povertà organolettica dei prodotti all’impatto crescente sugli ecosistemi e sulla salute dei cittadini: vi è nella società grande disponibilità di ascolto ed interesse ai temi della sicurezza alimentare : campagne contro gli ogm e per i prodotti biologici nelle mense delle scuole, delle fabbriche, etc. incontrerebbero certamente grandi consensi.
Il sistema dei parchi liguri va rilanciato, partendo dal parco di Portofino che deve uscire da una dimensione localistica per essere proiettato in una dimensione internazionale; sono milioni gli italiani interessati alle aree protette (e che visitano i parchi), ed il turismo di tipo naturalistico, piu’ in generale, rappresenta un settore in forte crescita. Abbiamo responsabilità specifiche a livello regionale e dovremmo riuscire a marcare la differenza rispetto alle gestioni passate.
In un territorio pesantemente consumato il riuso e il riciclaggio dovrebbero valicare i confini della partita dei rifiuti per applicarsi alla mobilità (utilizzo delle infrastrutture sottoutilizzate, ammodernamento e potenziamento delle strutture esistenti), alla ricettività (tornare ad utilizzare le case sfitte e vuote) attivando campagne ad hoc con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati.
Alcuni temi di eventuale approfondimento:
- direttiva Bolkestein, mettendo in relazione questo tema con le tematiche del lavoro e dei servizi;
- una campagna contro il “caro vita” e per l’aumento del potere d’acquisto di salari e pensioni, che puo’ rappresentare un’occasione di conflitto allargato ed interessare grandi strati della popolazione (cfr. l’iniziativa “caro vita dei comitati della quarta settimana” di fronte ai centri della grande distribuzione);
- eventuale proposta di legge regionale sulla pubblicizzazione dell’acqua (la nostra regione sta meglio di altre, ma sarebbe importante, guardando al futuro, sancire il riconoscimento dell’acqua come bene comune non privatizzabile, l’accesso gratuito al quantitativo minimo giornaliero per uso individuale, l’introduzione di forme di partecipazione diretta alla gestione dei servizi di lavoratori ed utenti);
- eventuale proposta di legge regionale per promuovere ed attuare iniziative volte a favorire i processi di disarmo e la cultura della pace (cfr. proposta avanzata in regione lazio da verdi, pdci, prc, e altri), promuovendo – tra l’altro -l’elaborazione di progetti di studio e fattibilità volti a realizzare la conversione delle attività di imprese che producono armi);
- eventuale proposta di legge regionale per l’introduzione di un marchio etico per i prodotti realizzati senza ricorrerre al lavoro minorile e nel rispetto dei diritti ambientali e sindacali (vd. Proposte prc regione emilia romagna);
- eventuale proposta di legge regionale per le “Città amiche dei bambini e delle bambine”, incentivando nella nostra regione una cultura di ascolto e di attenzione nei confronti dei diritti dei bambini nell’ambito della fruizione degli spazi urbani e del miglioramento delle condizioni ambientali; i progetti per una città sostenibile ed amica dell’infanzia divengono strumento di partecipazione allo sviluppo ed al ripensamento dei tessuti urbanistici, soprattutto quelli periferici.
Salario e redistribuzione del reddito
Il concetto di salario qui assunto è quello di salario globale ( = salario diretto + salario differito + salario sociale). Vi rientrano, quindi, a pieno titolo il TFR, la lotta alla precarietà e per i diritti (condizione per qualsiasi aumento del salario reale) e il fisco, come il welfare (quello che tradizionalmente veniva chiamato – dal lato di lavoratori, precari, disoccupati, pensionati – salario sociale: l’insieme dei servizi gratuiti o semigratuiti di cui potevano usufruire). La riunificazione di questi aspetti della questione salariale dovrebbe facilitare il superamento della frantumazione delle problematiche la cui soluzione definisce la condizione economico – giuridico – sociale delle classi subalterne. Per ciascuno dei temi affrontati, l’obiettivo è quello dell’efficacia dell’azione in entrambi i terminali dell’iniziativa del partito: il sociale e i posti di lavoro, da un lato, e il Consiglio regionale, dall’altro. Efficacia legata al funzionamento dei gruppi di lavoro da costruire sia come tramite tra le problematiche, le proposte e le iniziative che nascono a livello locale e il loro coordinamento e la loro finalizzazione a livello regionale, che come trasposizione delle proposte e delle iniziative regionali a livello locale.
TFR, Precarietà e diritti delle lavoratrici e lavoratori, Reddito sociale, Fisco
TFR: l’esproprio capitalistico del TFR contenuto nel decreto attuativo della “riforma” previdenziale del governo Berlusconi (la cui approvazione è stata così faticosa solo a causa dei contrasti di interesse tra i fruitori del ricco bottino), ma previsto già dalla “riforma” Dini e perseguita dal 1993 dall’intero centrosinistra e dai sindacati confederali, rappresenterà un enorme trasferimento di reddito (potenzialmente 13 miliardi di euro all’anno) dai salari e dalle pensioni ai profitti e alla rendita finanziaria delle compagnie di assicurazione e, per il loro tramite, ai profitti e alla rendita finanziaria dei grandi gruppi capitalistici di cui sono parte.
Sull’entità dell’adesione (esplicita o tacita) dei/lle lavoratori/trici al trasferimento del loro TFR ai fondi pensionistici privati si gioca molto rispetto al futuro delle residue pensioni pubbliche: 1) i fondi pensione privati non sono decollati a causa delle scarsissime adesioni finora pervenute. Dal 2008 (o prima, per opera dell’eventuale governo dell’Unione) partirebbe un loro massiccio finanziamento che potrebbe essere giocato dai governi (naturalmente mentendo) come garanzia del futuro pensionistico dei lavoratori, con conseguente possibilità di ridurre ulteriormente il livello delle pensioni pubbliche; 2) già la Finanziaria 2006 prevedeva, prima del rinvio dell’esproprio del TFR, ampi “risarcimenti” per le imprese che avessero perso la gestione del TFR. Risarcimenti tradotti in ulteriori riduzioni del salario differito (diminuzione dei contributi sociali versati dalle imprese). Questo scenario è solo rinviato, qualsiasi sia il nuovo governo. Ciò farà mancare risorse alla previdenza pubblica, rendendo “necessari” ulteriori tagli alle pensioni pubbliche.
Non tutti i giochi, però, sono già fatti! Noi dobbiamo proporci un’iniziativa capace di ridurre al massimo le adesioni, ponendo così uno stop alla marcia verso la privatizzazione del sistema previdenziale.
Il rinvio deciso dal Governo (su cui hanno pesato, presumibilmente, considerazioni di tipo elettorale: la perdita della gestione del TFR è invisa alle piccole e medie imprese che costituiscono parte della base elettorale della Lega e non solo) non deve indurci ad abbandonare la campagna promossa il 10 settembre dal Dipartimento nazionale Lavoro. Si rende, al contrario, ancora più urgente una forte iniziativa di controinformazione. Infatti, il centrosinistra e, in particolare, i sindacati confederali hanno descritto il rinvio come un grave danno per i lavoratori.
Noi dovremmo esplicitare una lettura ben diversa: 1) è un provvedimento che permette ai lavoratori di conservare il TFR ancora per due anni e questo è, oggettivamente, positivo!; 2) nonostante questo, il progetto di esproprio è solo rinviato, mentre noi vogliamo farlo saltare. Tacendo non faremmo che accreditare l’opinione che sia inevitabile (anzi, positivo!) il passaggio del TFR ai fondi pensione. I tempi a nostra disposizione per batterci contro l’esproprio sono resi ancora più stretti dall’incombere delle elezioni politiche. Certamente non riusciremo a mutare l’orientamento dell’Unione solo contrapponendoci nell’eventuale futuro governo. Occorre lavorare da subito per costruire una grande vertenza sul tema del TFR, evidenziando che, il suo scippo, costituirebbe il pezzo più grosso di un’ulteriore politica di redistribuzione del reddito verso profitti e rendite e a danno del salario. Come dimensioni siamo nell’ordine di quasi una mensilità all’anno che sarebbe sottratto al salario globale per passare ai fondi pensione, senza che questi, per decenni, debbano dare nulla in cambio e senza alcuna garanzia, anzi con la massima incertezza, riguardo alla possibilità che le/i lavoratrici/tori abbiano mai qualcosa in cambio. Un colpo, se riuscisse, più grosso di quello conseguito con l’abolizione della scala mobile e con la politica dei redditi, in termini di redistribuzione della ricchezza a favore del Capitale.
In Consiglio regionale il nostro Gruppo ha presentato una proposta di legge ( successivamente presentata dal partito anche al Senato e in Lombardia ) che, riguardo alla previdenza complementare, prevede che in merito alla cessione del TFR ai fondi pensionistici il silenzio valga come dissenso, anziché come assenso. L’ufficio tecnico della Regione ha dato parere favorevole circa la sua proponibilità da un punto di vista giuridico. Si tratterà dunque di predisporre sul territorio ligure le condizioni affinché le lotte facciano da adeguata sponda a questa proposta.
Risulta evidente, infatti, che l’approvazione di leggi regionali in tal senso sarebbe potenzialmente decisivo per le stesse sorti dei fondi pensione in Italia e, quindi, per tenere aperto il fronte del ritorno a pensioni pubbliche decenti. Passato e perso l’appuntamento relativo all’uso del TFR, la privatizzazione delle pensioni avrebbe la via definitivamente spianata.
Da subito, quindi, le Federazioni dovrebbero promuovere una campagna di controinformazione su vasta scala, supportata da strumenti di vario tipo: volantinaggi e presidi davanti ai posti di lavoro, affissione del manifesto nazionale già esistente, iniziative e dibattiti pubblici, costituzione di Comitati per la difesa del TFR (anche intessendo relazioni con i sindacati di base e con la sinistra sindacale in CGIL). La Segreteria regionale è disponibile, se lo si ritiene opportuno, a mettere a punto un “manualetto” contenente le ragioni per esprimere il dissenso rispetto all’adesione ai fondi pensione, espresse sia in modo analitico per ciascuna condizione sociale (precari, donne, lavoratori “tipici”) che in termini generali (la rinuncia a un reddito certo e presente – in caso di cessazione del rapporto di lavoro – in cambio di un reddito quanto mai incerto e futuro; il peggior rendimento dei fondi pensione rispetto al TFR). Ciò permetterebbe anche di affrontare il tema più generale dei danni prodotti dalla legge Dini, attraverso l’introduzione: del metodo di calcolo delle pensioni su base contributiva, della variabile al ribasso della “speranza di vita”, del sistema a capitalizzazione automaticamente reintrodotto (dopo il suo catastrofico fallimento nel secondo dopoguerra) col lancio dei fondi pensione privati. Rispetto alla campagna prevista, viene rinviata al 2008 solo la raccolta dei dissensi, sui moduli necessari da fornire ai lavoratori.
Sullo sfondo della costruzione del conflitto e della ricomposizione della classe, occorre ricordare che si tratta di una lotta che ha la caratteristica della sua unificazione, a fronte del processo di scomposizione che, per molti versi e da decenni, la caratterizza.
Precarietà e diritti delle lavoratrici e dei lavoratori: sono state presentate ( o ripresentate) diverse proposte di legge regionali che riguardano queste tematiche. La pdl di contrasto alla L. 30, quella sugli appalti (che li lega al rispetto delle clausole sociali), quella sull’amianto, quella sulla sicurezza del lavoro portuale, quella sui contributi alle imprese ( subordinandoli al rispetto delle clausole sociali).
Su ciascuna di queste tematiche le strutture locali del partito potrebbero promuovere iniziative di vario tipo, riguardo alle quali esiste fin da ora la disponibilità a intervenire da parte della Segreteria regionale. A livello regionale e dei diversi comprensori, ove possibile, potrebbe risultare proficuo un rapporto, su queste tematiche, con la CGIL.
Reddito sociale: la Segreteria regionale sta lavorando ad approntare il testo di una p.d.l. in materia di reddito sociale, prendendo come base di partenza la proposta di legge popolare predisposta dalla “Rete contro la precarietà” in Lombardia, su cui sono state raccolte 11.000 firme. L’intenzione è quella di andare, prima della sua presentazione, a un confronto coi Centri sociali della Liguria. Occorrerà anche valutare se la presentazione della p.d.l. andrà fatta direttamente in Consiglio dal nostro Gruppo o, attraverso la strada della proposta di legge popolare, promossa da un Comitato promotore, cercando così di aggregare attraverso questo percorso un movimento a suo supporto.
Fisco: alcune proposte sono esposte nella parte dedicata alla Finanziaria regionale, ma oltre ad esse occorrerà metterne a punto altre che si propongano obiettivi più complessivi riguardo al sistema tributario regionale. Da un lato una riforma strutturale dell’addizionale IRE, che preveda una sua progressività anche riguardo allo 0,9% che ora viene pagato da tutti i redditi e che non era modificabile in sede di Finanziaria ( in questo senso va l’odg presentato in Consiglio, nell’ambito della discussione sullo stralcio riguardante IRE e IRAP), dall’altro l’articolazione di una proposta rivolta al recupero dell’evasione fiscale attraverso la creazione di una struttura pubblica regionale a ciò preposta.
Sanità, servizi sociali, scuola, trasporti, casa
Quale stato sociale
Il sistema del welfare in questi anni è stato fortemente impoverito,da un lato erodendo risorse,dall’altro avviando una serie di controriforme come la legge delega in materia pensionistica,la riforma Moratti,il depauperamento delle risorse nel trasporto pubblico locale, favorendo attraverso le scelte degli enti locali (governati anche dal centro sinistra) la privatizzazione di questo servizio,la completa assenza di una politica della casa, che vada incontro ai nuovi bisogni abitativi indotti dal fenomeno migratorio.
Le scelte liberiste di questo governo e non solo, hanno determinato lo svuotamento di ogni contenuto sociale del nostro stato.
Il partito della rifondazione comunista si batte per una prospettiva radicalmente diversa; un sistema sociale capace di contrastare precarietà ,affermare l’universalità dei diritti sociali,uno stato sociale che valorizza le differenze come valore aggiunto capace superare questo modello di sviluppo e di modellare il nuovo mondo disgregandola natura di classe di questo stato.
Pertanto è urgente incrementare le risorse pubbliche destinate al welfare,reperendo le risorse non attraverso il solito meccanismo di travaso da un capitolo di spesa ad un altro, ma attraverso una politica fiscale che vada a colpire le rendite finanziarie ,una lotta seria alla evasione fiscale ed una politica di spesa che abbia come priorità la difesa delle fasce sociali più deboli,consentire ai giovani un sistema di protezione sociale,una politica di sostegno al reddito,il diritto all’abitazione,al credito ai servizi,ed una vera politica di forte sostegno al diritto allo studio, alla salute ecc.
Quindi prima di definire i nostri obiettivi è necessario rivendicare marcatamente “la centralità del ruolo del sistema pubblico”,ripulendolo da tutte le incongruenze devastanti, frutto di scelte politiche marcatamente neoliberiste sia di c.d. che di c.s.,riaffermando il diritto alla salute per tutti,eliminando liste d’attesa e ticket,realizzando pienamente l’integrazione del servizi socio-sanitari,valorizzando il territorio e costituendo fondi per in non autosufficienti.
Sanità
La finanziaria 2005 prevede uno stanziamento di 88,2 mil. di euro per la sanità.Tale cifra appare ancora sottostimata rispetto al fabbisogno reale calcolato dalle regioni,che aggrava maggiormente lo stato di sofferenza della nostra regione, a causa del forte debito che in questo settore la giunta Burlando ha ereditato dalla giunta precedente.
A questo si aggiunge il rischio di tagli consistenti all’assistenza da parte degli Enti Locali a fronte della diminuzione dei finanziamenti loro destinati da parte dello Stato.
La sottostima del Fondo sanitario nazionale si conferma così una costante negativa nella programmazione della spesa pubblica italiana,con ricadute evidenti sulla quantità e qualità degli interventi.
Nello stesso tempo dobbiamo registrare il sostanziale abbandono di qualsiasi politica di investimento nel settore della sanità,in termini sia strutturali che di politiche volte alla promozione e al mantenimento della salute.
Il risultato è:
- una rete ospedaliera antiquata;
- pochi investimenti nella qualificazione e realizzazione delle strutture territoriali;
- assenza di programmi mirati, di prevenzione primaria e secondaria;
- mancanza di investimenti adeguati sulla formazione e riqualificazione del personale.
Da questo ne deriva necessariamente, la necessità di una nuova politica di investimento nella sanità, definendo il fabbisogno corrente, un nuovo piano di investimenti finalizzato all’ammodernamento della rete ospedaliera e alla realizzazione di strutture in rete a livello dei singoli territori con particolare attenzione alle forme di integrazione tra medicina di famiglia e medicina specialistica territoriale.
Una nuova impostazione del piano sanitario che abbia obbiettivi realistici di prevenzione e di mantenimento dello stato di salute della popolazione.
Un progetto di formazione e riqualificazione del personale sanitario, capace di rispondere adeguatamente alla domanda di assistenza da parte dei cittadini.
Recentemente il Parlamento ha approvato la controriforma costituzionale, aumentando il pericolo di un’accelerazione del processo di disgregazione istituzionale del Ssn tra le diverse Regioni a seguito della “devolution”,siamo di fatto alla materializzazione di 20 sistemi sanitari con gli effetti che sono facilmente immaginabili(vedi gli effetti devastanti che genera la nuova finanziaria che blocca di fatto “i viaggi della speranza”che impone alle Regioni di stabilire un tetto massimo di rimborsabilità e di compensabilità, entro il quale erogare le prestazioni nelle proprie strutture sanitarie pubbliche e private accreditate.Accade che nelle regioni del nord più ricco dove approda la maggior parte della “migrazione sanitaria”,sono costrette a respingere le richieste di cure, poiché vale il principio che le risorse andranno prima ai residenti.Tale norma lede il principio della libera scelta dei cittadina per l’accesso alle strutture sanitarie).
Sta qui un nostro maggiore impegno in difesa dell’unitarietà del diritto alla salute, che passa per l’uniformità dei sistemi di finanziamento ma anche per gli stessi modelli di assistenza preposti, che non possono essere considerati di per sè “neutrali”rispetto alla finalità del sistema.
Nello stesso tempo siamo consapevoli del cammino fin qui fatto da parte delle Regioni per quanto concerne la loro autonomia di indirizzo e di gestione della sanità.Un patrimonio, ma anche una necessità, che non possono andare dispersi.
Vista la volontà dell’attuale maggioranza di portare avanti la devolution, proponiamo che la devoluzione dei poteri alle Regioni su assistenza e organizzazione sanitaria, sia ostacolata da una legge ordinaria che determini i paletti di riferimento istituzionale cui ogni sistema sanitario regionale dovrà riferirsi, al fine di garantire, sin dall’avvio delle nuove attribuzioni di poteri tra Stato e Regioni, la salvaguardia dei principi fondamentali di equità, universalità, solidarietà e missione pubblica alla base del nostro servizio sanitario, fermo restando la potestà legislativa delle Regioni su organizzazione e assistenza sanitaria.
Il panorama politico che abbiamo di fronte, ha visto prevalere il progetto federalista della “Lega”.
Con la nuova riforma costituzionale, ci avviamo ad una nuova stagione di lotte e di lavoro politico, che ci deve vedere protagonisti in prima linea,al sostegno senza riserve al “referendum popolare per abrogare la nuova legge costituzionale.
Voglio fare alcune considerazioni sull’attuale fase del lavoro iniziato qualche mese fa come “Gruppo Di Lavoro Integrato” in riferimento alla discussione avviata rispetto al decreto attuativo della legge regionale sui servizi socio-sanitari.
E’ evidente che in questa prima fase,la discussione si è sviluppata, a partire dalle proprie esperienze e realtà, evidenziando limiti di elaborazione e di proposta ,dovuto in parte all’assenza di soggetti professionali specialisti che avrebbe reso sicuramente il quadro di riferimento che si andava a discutere nella sua completezza .Inoltre vi è stato un grande impegno di energie e risorse umane per la campagna delle primarie,ma che ora ci permette di ripartire avendo acquisito nuovi elementi e risorse umane. A prescindere dalla costituzione dei nuovi “Distretti Socio-Sanitari” deliberati da questa giunta con la costituzione dello “Sportello unico”, il fondo di solidarietà, le risorse ecc. siamo preoccupati dall’enorme spazio di intervento che viene lasciato al sociale privato, senza definire, modalità, criteri , senza un disegno organico finalizzato al miglior risultato e priva di proposta sulle modalità di gestione di questi fondi.
Pertanto è necessario aprire sul territorio vertenze,incontri, allargare a tutti i soggetti sociali ed economici la possibilità di elaborare proposte , affermando il principio della trasparenza e che la gestione delle risorse economiche e finanziarie deve rimanere totalmente in mano pubblica.
Scuola
In questo settore il partito ha sviluppato una grande mole di lavoro a partire dalle singole realtà locali sino al livello nazionale.
In questi giorni assistiamo a una grande mobilitazione degli studenti, degli insegnanti, dei precari, dei ricercatori universitari, del personale tecnico ,ausiliario,amministrativo,con un unico grande scopo,”Abrogare la controriforma Moratti della scuola di ogni ordine e grado”.
Questo movimento va alimentato e coinvolto in un rapporto e in sintonia con un movimento di più largo respiro e prospettiva di lotta, per sconfiggere la nuova riforma costituzionale che ,modificando regole ,diritti e garanzie consolidate,cancellando di fatto il “diritto allo studio”,l’accesso ai saperi , ripropone in sostanza una nuova versione della scuola di classe.
Il partito a livello regionale si troverà ad affrontare grandi difficoltà che la devoluzione impone regionalizzando l’istruzione e la formazione.
Pertanto è urgente avviare un lavoro di coordinamento dei gruppi o commissioni di lavoro già presenti sul territorio, prendendo in considerazione la possibilità di un intervento legislativo sui temi del diritto al sapere e in generale su scuola e formazione professionale.
Non abbiamo ad oggi elementi per poter analizzare le proposte in materia di formazione professionale dell’attuale giunta.La Formazione,sino ad oggi è stata terreno di conquista di fantomatiche agenzie e istituti privati, spesso privi di una sede amministrativa,a cui venivano assegnati a pioggia e senza alcun criterio, significative quote di denaro pubblico.
In questa materia è necessario mettere mano, a partire da un serio progetto della formazione che deve avere nelle scelte la più larga condivisione e che abbia come premessa,la gestione ed il controllo esclusivamente pubblico,visto che i nostri istituti professionali di stato sono in grado di fornire risposte in termini di strutture recettive, risorse umane per una gestione efficace di questo delicato servizio, ma che a causa delle scelte scellerate di questo governo versano in grosse difficoltà nel reperire nuove risorse economiche ,visto i tagli sulla scuola previsti dalla nuova legge finanziaria.
La scuola è anche luogo delle nuove aggregazioni di nuova immigrazione di nuove culture che trovano difficoltà ad integrarsi ed ad essere integrata.,la scuola spesso è lasciata sola a dare risposte indotte dalle nuove domande generate da fenomeni migratori ,spesso improvvisa,è impotente a tradurre questi nuovi bisogni,priva come è di risorse economiche e culturali.
Pertanto ci troviamo di fronte un grosso impegno che dovrà vederci protagonisti con i movimenti di un a nuova proposta che metta insieme “culture diverse uguali diritti”.
Riguardo a trasporti e casa siamo in fase di elaborazione delle proposte, raccogliendo materiale, in parte già prodotto dal partito e dal gruppo regionale anche nella precedente legislatura.
Rapporti tra Regione, Enti locali e movimenti
La questione degli enti locali ormai da diversi anni rappresenta un tema centrale dell’agenda politica, e ciò in ragione delle dinamiche non solo istituzionali, ma anche sociali ed economiche, che muove; di più, la richiesta sempre più forte di nuove domande sociali, spesso accompagnate dalla ripresa dei conflitti, si contrappone ad istituzioni sempre meno permeabili e sempre più inclini a ridurre gli spazi di partecipazione: nella nostra regione, a differenza di apprezzabili sperimentazioni municipali di altri territori, questa contraddizione, al di là di enunciazioni e buoni propositi (sovente inseriti anche in programmi elettorali), appare del tutto evidente.
Vi è l’urgenza di restituire ai cittadini gli strumenti dell’agire politico, rafforzando ed allargando gli spazi di agibilità democratica e di dialogo. Una critica della degenerazione dell’attuale modello di democrazia rappresentativa necessita dell’elaborazione di pratiche partecipative e della produzione di processi che permettano ai soggetti sociali di condividere l’elaborazione di programmi e progetti, insieme alle forze politiche, in una logica di rete, per poi creare modelli di intervento attivo e monitoraggio del livello di attuazione dei programmi a tutti i livelli; questo è il rapporto fertile tra politica e movimenti, un percorso politico che si costruisce lentamente, un progetto radicale e praticabile allo stesso tempo.
Diventa importante una riconsiderazione di ruoli e funzioni degli enti locali, dei processi decisionali che assumono e di come possano e debbano connettersi con le istanze non solo di cambiamento ma soprattutto di partecipazione, che certamente rappresentano una risposta alla crisi del ruolo democratico delle istituzioni locali.
Una nuova idea della rappresentanza politica in grado di essere in sintonia con i movimenti sociali: dobbiamo obbligare le altre forze politiche che governano città, province e regione a misurarsi con i bisogni e le aspettative diffuse.
La questione del governo locale (e di quello regionale), e la sua connessione con le dinamiche del conflitto sociale, continua a rappresentare un passaggio insidioso dell’agire del partito, cosi’ come la difficoltà (anche organizzativa) di mettere in rete (non solo territorialmente) le elaborazioni e le pratiche politiche, e di estendere i conflitti locali, costituisce un tema su cui vale la pena interrogarci ed impegnarci (si pensi, tra i molti, al caso dei rifiuti, dove il conflitto difficilmente riesce a travalicare i confini dei territori di volta in volta interessati e diventare tema di interesse diffuso).
Alla crisi di rappresentanza, di partecipazione e di democrazia delle autonomie locali (cui fa da contraltare la sempre più spinta personalizzazione della politica che produce effetti di deperimento dei partiti) dobbiamo contrapporre – per quanto possibile – il rafforzamento delle assemblee elettive, il potenziamento della collegialità delle giunte, la valorizzazione del ruolo dei partiti, e cio’ allargando quanto più possibile ogni istituto di partecipazione.
Si tratta non tanto di dare rappresentanza, quanto voce alle domande sociali, oggi escluse dai processi decisionali (peraltro sempre più distanti non solo dalle stanze dei partiti, ma anche da quelle delle istituzioni). La partecipazione rappresenta peraltro l’occasione non solo per selezionare le priorità della società, ma anche per modificare gli equilibri politici anche all’interno delle istituzioni.
Non solo nei confronti politici, ma anche in quelli istituzionali, è necessario quindi che irrompano le grandi questioni dei movimenti sociali, che i conflitti in atto, e le grandi istanze di innovazione e trasformazione, trovino cittadinanza in ogni luogo dove il partito si confronta, sia esso politico che istituzionale.
Si tratta di superare la tradizionale concertazione interistituzionale, o comunque il solo confronto tra realtà già organizzate. I temi dell’accesso e dell’uguaglianza di trattamento, come è stato recentemente ricordato in occasione della terza assemblea nazionale degli enti locali che sperimentano pratiche partecipative, è “fondamentale in ogni percorso partecipativo che riguardi servizi pubblici, spazi pubblici, finanze pubbliche e politiche pubbliche”, e questo dal momento che “non si puo’ pensare che l’uguaglianza si raggiunga semplicemente attraverso interventi egalitari tra chi ha condizioni di partenza difformi”. Nella convinzione radicata che solo attraverso la partecipazione si possa arrivare ad una più equa redistribuzione delle risorse pubbliche, è tuttavia necessario che i percorsi partecipativi rappresentino realmente spazi di inclusione, abbattendo barriere ed ostacoli e creando le condizioni affinché le persone escluse abbiano i mezzi (materiali e culturali) per poter partecipare.
Le risorse per finanziare le pratiche e gli istituti di partecipazione possono essere reperite, specialmente per la fase d’avvio, attraverso finanziamenti nazionali (bandi e-democracy), comunitari (Fondo Sociale Europeo), o internazionali (Nazioni Unite).
Sulle questioni politiche più significative riguardanti gli enti locali, le federazioni provinciali si coordineranno e confronteranno con il regionale, e ciò anche al fine di massimizzare i risultati per il partito.
Il rapporto tra gli eletti nelle istituzioni locali, e tra questi e gli amministratori regionali, è di estrema rilevanza per fare massa critica, assicurare un’informazione puntuale e completa, mettere in rete le esperienze maturate, assicurare la circolazione di idee/informazioni, e si ritiene indispensabile per comunicare al meglio l’agire politico ed istituzionale del partito.
Ipotizziamo una organizzazione a rete, snella ed agile, degli eletti locali e regionali (sul modello della Sinistra Europea e di quanto si propone in altra parte del documento relativamente alla costituzione di gruppi di lavoro), che si confronti su esperienze, temi e politiche di comune interesse politico, attraverso strumenti ad uso quotidiano come una mailing list, altri periodici come forum di discussione ed analisi, newsletter; si propone una assemblea regionale (annuale/semestrale) degli eletti, che ovviamente non rappresenterà un momento celebrativo, quanto l’occasione per un reciproco e proficuo momento di riflessione, approfondimento, consuntivo, etc., nonché assisi più frequenti per gli eletti nei comuni oltre i 15.000 abitanti, nelle province, in regione.
La necessità di un forte cambiamento nel ruolo delle istituzioni è condivisa da forze politiche e sociali: da qui bisogna partire, anche in vista delle prossime elezioni amministrative, nei futuri rapporti; va da sè che il confronto deve avere l’eco maggiore, e la più coinvolgente elaborazione progettuale delle realtà territoriali interessate.
Si tratta di favorire processi di costruzione di sinistra alternativa: un soggetto plurale e unitario, di trasformazione sociale e di cambiamento, che metta in rete forze politiche e sociali capaci di porsi come riferimento autentico dell’elettorato di sinistra e di assicurare una prospettiva alternativa anche a quei moltissimi elettori che non si sentono più rappresentati da modelli di democrazia delegata cristallizzati; non sterili discussioni su soluzioni organizzative, ma l’individuazione di strumenti e luoghi dove mettere in relazione chi, da sinistra lavora nelle istituzioni e chi, nei movimenti, nelle associazioni, si adopera per imporre una nuova agenda politica: quella fatta dai temi della pace, del lavoro, dell’ambiente , dei diritti, della difesa dei beni comuni.
Quello della rete rischia di diventare un chiodo fisso dell’iniziativa politica, ma il successo, a livello locale come a livello globale, delle campagne a rete dimostra come queste modalità di iniziativa siano in grado di costruire alleanze vaste, oltre che fornire anche alle persone non direttamente interessate validi strumenti di conoscenza e comprensione, nonché mezzi in grado di esplorare nuove sinergie e forme di collaborazione tra chi dimostra il suo dissenso e la sua proposta con l’autorevolezza delle argomentazioni e chi decide di farlo con l’autorità dei numeri della piazza.
Possono nascere, anche sul nostro territorio, nuove associazioni della sinistra che hanno come riferimento l’innovazione politica e la sperimentazione, sul modello di quello che sta accadendo anche a livello europeo.
Dopo il successo del congresso di Atene, vogliamo dar vita ad una rete della sinistra europea anche in Liguria, favorendo la nascita di circoli cui possono fare riferimento anche soggetti sociali non iscritti al partito.
Questo percorso non vuole intaccare l’autonomia e l’identità del partito: si tratta invece di larghe alleanze politiche e sociali che partendo dalle battaglie comuni sui temi del lavoro e della precarietà, del pacifismo e della non violenza, dei beni comuni e dei diritti di cittadinanza, della partecipazione e della democrazia, sia in grado di reggere il confronto con le forze riformiste dell’Unione e, di più, determinare decisi cambiamenti per l’alternativa sociale; pensiamo di calendarizzare iniziative sugli spazi di agibilità democratica, sulla precarietà, sui nuovi diritti di cittadinanza, contro le politiche securitarie che fanno dei migranti non tanto l’anello debole della nostra catena società, quanto l’anello escluso dal cerchio sociale, contro l’apertura di un cpt sul nostro territorio.
Appare utile tentare di avviare anche a livello locale, insieme alle altre forze politiche presenti (in Liguria siamo messi un po’ male), un processo di “unificazione e di socializzazione dei movimenti” , in grado di porsi credibilmente come soggetto di trasformazione.
I movimenti hanno modificato il senso comune, oggi è necessario riuscire a farlo pesare in politica, il rapporto con i movimenti va indagato a fondo e merita uno sforzo futuro dell’intero corpo del partito. Dicevamo che i movimenti sociali hanno seminato molto, raggiungendo un successo già straordinario: cambiare il senso comune denunciando la violenza della crisi del modello neoliberista e gli effetti autoritari che ha generato, tuttavia non hanno fermato le guerre e non hanno prodotto complessivamente miglioramenti nella qualità della vita delle persone: oggi più che mai, localmente come globalmente, vi è la necessità di raggiungere successi concreti, da qui il bisogno di costruire processi partecipativi in gradi di far pesare le proposte ed i progetti dei movimenti sociali nell’azione delle istituzioni locali e regionale, dove il nostro partito ha responsabilità di governo.
Il partito deve tentare di mettere in rete le diverse realtà dei movimenti, dell’associazionismo, delle varie esperienze di critiche sociale, ambientale, civile, investendo in soggetti politici partecipativi ed assicurando dignità a quanti fanno politica fuori dalle sue sedi tradizionali. Il ruolo del partito non sarebbe quello di un coordinamento dei movimenti, ma punterebbe a dare continuità alla loro azione e a integrarne la proposta su alcuni temi a nostro avviso di importanza rilevante.
Organizzazione del partito
Troppo spesso il partito a livello regionale è visto come una struttura poco utile, un ingombro, nel migliore dei casi un ostacolo al lavoro delle federazioni. Il Regionale è al contrario l’organismo che dovrebbe coordinare l’attività del partito nella regione e collaborare a definire, sul piano politico ed organizzativo, le attività delle federazioni.
Ad oggi, dobbiamo essere sinceri, non è stato proprio così. Hanno concorso a questa situazione diversi fattori: dalla composizione dei gruppi dirigenti delle singole federazioni che sono come noto espressione di diversi orientamenti congressuali (ora come in passato), alle divisioni interne al partito (spesso di natura personale). Ma oggi dobbiamo essere in grado di superare queste difficoltà e creare maggiori occasioni di confronto tra il Regionale e le federazioni per far crescere il Partito. Un impegno che la Segreteria Regionale è pronta ad assumersi anche attraverso la riattivazione di una presenza organizzata dei membri della Segreteria stessa presso la sede del Comitato Regionale.
La presenza è importante, ma da sola non basta. Il nuovo quadro politico e sociale che si sta delineando, infatti, rende urgente la necessità di adeguare la nostra forma organizzativa ai compiti che ci attendono. Una necessità sottolineata anche lo scorso 10 settembre a seguito dell’attivo dei Responsabili Organizzazione di Rifondazione Comunista svoltosi a Roma. Dobbiamo avere il coraggio di innovare, di sperimentare per superare i limiti che la nostra forma organizzativa contiene.
Un modello innovativo credibile deve essere in grado di coinvolgere tutti coloro che sono interessati ad un lavoro politico in e con Rifondazione (ci riferiamo quindi anche ai non iscritti). Ma per poter coinvolgere questi soggetti, e dunque attivarli direttamente, il primo elemento da acquisire è la loro conoscenza. Verrà pertanto avviata già dai prossimi mesi una indagine tra i nostri iscritti al fine di conoscere al meglio il corpo del partito (ad esempio quanti/e compagni/e hanno competenze specifiche su determinati temi? E quanti sono disposti/e a metterle a disposizione del partito senza però voler essere inseriti in un organismo dirigente?).
L’inchiesta, che verrà effettuata direttamente dal Responsabile Organizzazione regionale, è un’esigenza non più rimandabile, dal momento che non disponiamo di alcun elemento concreto di conoscenza “qualitativa” dei nostri iscritti e delle nostre iscritte. Questa indagine avrà inoltre il compito di far emergere i bisogni e le aspettative dei tesserati. Siamo infatti convinti che solo con il coinvolgimento attivo e partecipato dei compagni e delle compagne si può affrontare con successo un percorso di cambiamento e di innovazione.
Nello specifico ipotizziamo una modalità di organizzazione del lavoro politico che provi a immettere elementi di orizzontalità. Questo senza delegittimare gli organismi dirigenti (necessariamente organizzati in una gerarchia), anzi coinvolgendoli pienamente, ma al tempo stesso consentendo una partecipazione con “pari dignità” anche dei/delle non iscritti/e alla definizione delle linee di analisi e di iniziativa politica.
In questa direzione uno degli esperimenti meglio riusciti, in questi anni, è rappresentato dai Gruppi di lavoro tematici (Glt) costituitisi all’interno del Social Forum dopo Genova. La centralità del tema rispetto ad ogni altro aspetto dell’organizzazione dell’attività politica comune ha fatto sì che i Glt siano rimasti il luogo più fertile di coordinamento, di elaborazione e di mobilitazione del movimento.
Noi vogliamo sperimentare nel partito proprio l’organizzazione del lavoro su base tematica, consentendo la valorizzazione delle singole competenze dei compagni e delle compagne, che in tal modo verranno maggiormente coinvolti/e nelle scelte del partito.
Questi gruppi di lavoro, che devono ancora essere pensati e strutturati (a tal proposito si accettano suggerimenti) dovranno in ogni caso mantenere una massima apertura (sia all’interno che, soprattutto, verso le realtà esterne) per consentire l’allargamento e l’arricchimento del panorama di contributi e di disponibilità. Con un processo simile si andrebbe anche ad intervenire in modo trasversale sulle divisioni interne al partito e sulla genericità delle riunioni, che costituisce uno dei principali motivi di allontanamento dal nostro partito.
Un percorso di questo tipo, inoltre, potrebbe costituire una sorta di “accompagnamento” all’iscrizione. Dando “pari dignità” a iscritti/e e non iscritti/e infatti consentiremmo anche a questi ultimi una valutazione del percorso e dei risultati prodotti, sia in termini di efficacia politica generale, sia per quanto attiene al grado di soddisfazione individuale. Ciò avrebbe il duplice significato di “sdrammatizzare” la tessera per un verso, e per l’altro di dare maggiore valore e consapevolezza all’iscrizione al partito, che avverrebbe sulla base di una migliore e più completa relazione con i nostri luoghi di partito (non solo fisici).
Proprio il tesseramento merita alcune considerazioni a parte. Un tesseramento che deve diventare un’occasione di relazione e non meramente un impegno burocratico o un assillo da parte del Regionale. Resta, però, necessaria la verifica periodica dell’andamento dello stesso (come richiesto giustamente dal Nazionale) anche per capire i problemi specifici di ciascun territorio e intervenire con azioni mirate al loro superamento. Certo è che se non tutte le federazioni comunicano i dati al Regionale diventa per noi impossibile andare ad intervenire.
Il tesseramento 2005 è ad oggi, nonostante l’impegno profuso dalle Federazioni, insoddisfacente. Un risultato parziale legato anche alle modalità di consegna delle tessere. Per inopportuna abitudine infatti grossa parte dei circoli consegna le stesse in un’unica soluzione (per solito nelle ultime settimane dell’anno). Un problema che accomuna tutte le federazioni e che non ci consente di avere un quadro esaustivo sullo stato del Partito.
Un dato ancora parziale, dicevamo, che evidenzia comunque un momento di difficoltà. Rifondazione Comunista suscita grande interesse e grandi aspettative tra i cittadini, dato dimostrato anche dalle Primarie, ma troppo spesso i nostri circoli non riescono, per motivi diversi, a raccogliere questo consenso. Sono troppo poche, infatti, le realtà in cui riusciamo a dare risposte concrete ai problemi dei cittadini, ad avanzare sul territorio, nei luoghi di lavoro.
Le cause di questo risultato sono anche da ricercare nei “nodi” non risolti del nostro Partito: dal problema del cosiddetto turn-over all’incapacità di legare l’iniziativa politica (davvero notevole) al tesseramento. Un impegno che deve essere rilanciato in vista della campagna per il tesseramento 2006. Ad oggi non sappiamo ancora come si articolerà (potrebbe esserci anche il ritorno delle “10 giornate”), sarebbe tuttavia interessante promuovere delle iniziative tematiche (lavoro, ambiente, pace, ecc…) o rivolte a specifiche soggettività (giovani, studenti, precari, pensionati, migranti, ecc…). Iniziative che potrebbero fornire al tesseramento il senso politico che spesso in questi anni è mancato recuperando, tra le altre cose, un senso più alto dell’appartenenza.
Un senso più alto dell’appartenenza che dovrebbe accomunare anche i dirigenti del nostro partito (dai membri del direttivo del più piccolo circolo della Liguria al Segretario Regionale) che troppo spesso rinnovano stancamente la tessera solo negli ultimi mesi dell’anno. Inutile sottolineare la contraddizione che si crea con questo comportamento.
Il nostro Statuto in materia di tempestività nel tesseramento è molto generico poiché non stabilisce alcuna scadenza precisa, sarebbe però opportuno, nonché importante, che i compagni e le compagne con ruoli dirigenti rinnovassero la tessera entro i primi quattro mesi dell’anno.
Rimanendo in ambito organizzativo non è più rimandabile un lavoro sulla comunicazione del partito, sia in termini di circolazione interna delle informazioni, sia – soprattutto – in termini di comunicazione all’esterno delle nostre proposte. Una moderna organizzazione non può prescindere dalla comunicazione. Per questo il partito si doterà, partendo proprio dall’ordine del giorno approvato al congresso, di un sito Internet in grado di fornire una circolazione di informazioni fino ad ora largamente insufficiente nel nostro partito (almeno a livello regionale).
Dobbiamo inoltre lavorare, attraverso l’utilizzo di mailing list, di forum di discussione, di newsletter, di servizi SMS, per collegare esperienze fatte sul territorio, per mettere in contatto realtà diverse, per far conoscere ai cittadini e agli iscritti il lavoro dei nostri rappresentanti nelle istituzioni.
Un percorso difficile e ambizioso, ma necessario. In fondo dobbiamo lavorare a quella straordinaria impresa che è la rifondazione comunista.
Ruolo del Gruppo di lavoro integrato
Per ognuno dei settori di lavoro indicati (industria, porti, terziario, ricerca; ambiente, infrastrutture. Tfr, precarietà e diritti, reddito sociale, fisco; sanità e servizi sociali, scuola, trasporti, casa; Organizzazione. Rapporti Enti locali – Regione. Movimenti) si potranno costituire gruppi di lavoro regionali. Si tratterebbe di strutture costituite, per adesione volontaria, da compagni del CPR, delle Federazioni, dei Circoli, delle Commissioni di Federazione, dei Sindacati o provenienti dall’ associazionismo sociale e ambientale, iscritti o meno al partito, e coordinati dal responsabile di riferimento in segreteria regionale.
Fondamentale è, però, la costituzione e il consolidamento di un gruppo di lavoro regionale integrato: una struttura in grado di consentire, da una parte, la socializzazione dei temi in agenda e, dall’altra, di istruire la discussione sui temi politici regionali, predisponendo campagne e iniziative da sottoporre al CPR. Ciò permetterebbe l’attivazione delle competenze dei compagni presenti nel partito, nell’ottica di lavorare sul quadro complessivo delle politiche regionali e cercando di evitare la frammentazione e la dispersività del classico lavoro per commissioni che spesso fatica a decollare nelle stesse Federazioni e che qui è reso ancor più problematico da fattori logistici.
Nel quadro del gruppo di lavoro regionale integrato è comunque utile, come detto, che gruppi di compagni, anche coinvolgendo altri iscritti e simpatizzanti costruiscano pezzi di discussione e di elaborazione politica su singoli temi.
Il gruppo di lavoro integrato dovrebbe essere concepito come un soggetto in grado di coordinare e articolare e non come ostacolo allo sviluppo di gruppi di lavoro tematici. Ovviamente, essendo il gruppo di lavoro integrato costituito su base volontaria e non essendo, quindi, esso un organismo dirigente del partito, tutto sarebbe in ogni caso sottoposto poi al vaglio e alla discussione degli organismi e in particolare del Comitato Politico Regionale.
Allegato
Ordine del giorno approvato al Congresso Regionale
Il nostro Partito attraversa una fase delicata legata a problematiche esterne e interne non semplici da affrontare:
- la Liguria è caratterizzata da una particolare eterogeneità di questioni economico-sociali che caratterizzano le diverse province;
- i gruppi dirigenti delle diverse Federazioni sono espressione di diversi orientamenti congressuali;
- vi sono difficoltà storiche, strutturali e statutarie che rendono difficile un proficuo rapporto con le Federazioni, così come vi sono state in passato difficoltà ad instaurare un rapporto di collaborazione tra i gruppi consiliari succedutisi in Regione e il Partito, i cui potenziali riflessi negativi finora sono risultati attenuati dal fatto che il PRC era all’opposizione.
L’ingresso nella Giunta regionale, per di più in una posizione sfavorevole dal punto di vista numerico, rende non più rinviabile il concretizzarsi di un positivo rapporto dialettico e di integrazione reciproca tra Gruppo istituzionale, Partito regionale e Federazioni, anche alla luce del persistere di notevoli divergenze politiche rispetto al centrosinistra.
Per questo il 2° Congresso regionale del PRC riconosce la necessità di compiere dei passi in avanti nell’adeguare il nostro soggetto politico, autonomamente e/o nell’ambito dei movimenti esistenti, alla sua ragion d’essere: tutelare gli interessi e lavorare per l’affermazione dei bisogni delle classi subalterne in termini economici, sociali, culturali, ambientali e di qualità della vita.
Occorre quindi:
- contrastare le politiche neoliberiste, per quanto di competenza regionale, da qualsiasi parte provengano, promuovendo obiettivi che segnino una discontinuità con le politiche neoliberiste sostenute, a livello nazionale e locale, da centrodestra e centrosinistra;
- calibrare l’iniziativa politica del Partito ponendo al centro l’esigenza di una sua presenza nelle manifestazioni del conflitto sociale e di contribuire a favorire le condizioni del loro sviluppo;
- adeguare le capacità di analisi, proposta e iniziativa del Partito al nuovo quadro portato dal ruolo semistatuale assunto dalla Regione;
- supportare le politiche locali delle Federazioni e dei Circoli, ponendo il Partito regionale in un rapporto dialettico con esse, anche dotandosi di nuovi strumenti comunicativi informatici (un sito regionale del Partito, l’utilizzo di liste e forum di discussione telematici).
Per affrontare i problemi esposti e proporsi di ottenere gli obiettivi indicati, è condizione imprescindibile la valorizzazione di tutte le potenzialità esistenti nel Partito, riconoscendo pari dignità a tutte le sensibilità e componenti interne, riconoscendo ad esse la possibilità di contribuire attivamente all’elaborazione della linea politica e delle scelte del Partito e di essere rappresentate negli organismi dirigenti, negli esecutivi, nell’apparato, nelle rappresentanze istituzionali con pari dignità. Concepire, quindi, il pluralismo come una ricchezza e non come un pericolo. Democrazia interna e funzionamento del Partito sono un binomio inscindibile, tanto più che gestione unitaria non è la gestione della mediazione politica, ma significa capacità di azione sull’intero territorio e dell’intero Partito sulla battaglia condivisa di conflitto sociale per la costruzione dell’alternativa alle politiche neoliberiste. Gestione unitaria significa anche valorizzazione delle competenze, delle conoscenze, delle capacità, delle esperienze specifiche di tutte le compagne e di tutti i compagni.
Firmatari:
Marco NESCI (Genova)
Marco VERUGGIO (Genova)
Sergio CASANOVA (Genova)
Franco ZUNINO (Savona)
Sergio OLIVIERI (La Spezia);
seguono diverse altre firme.
Approvato a maggioranza (42 voti favorevoli, 14 contrari) dal Congresso regionale PRC Liguria
2 luglio 2005






